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Quante volte a scuola vi siete trovati a preferire una carriera di bravi studenti, di quelli che si fanno notare per la capacità di far bene, piuttosto che uscire dal coro, rompere qualche schema e affrontare il rimprovero o lo scherno?

Non è mia intenzione generalizzare, ma a me è capitato, ed è capitato a tante, tante persone che conosco di ogni generazione, di sentirmi forzata a muovermi in schemi predefiniti nel mio percorso di formazione scolastica. La creatività era una qualità umana relegata all’ora di educazione artistica. Durante le altre lezioni invece era fuori luogo, faceva perdere la concentrazione e rubava tempo.

Tutto viene dalla paura

La diffusione di questo fenomeno mi convince che la strategia più frequentemente adottata è quella che sorge dalla paura di non essere approvati. Siamo cresciuti con la convinzione che la critica sia l’anticamera del fallimento e spesso, per non sbagliare, preferiamo non agire.
Restare tra i bravi, posizionarsi in modo dignitoso, è più allettante che aprire nuove vie, fare le cose in modo diverso da quello indicato come giusto e sperimentare soluzioni diverse.

Nella nostra natura di esseri umani abbiamo la tendenza all’esplorazione ma i sistemi educativi ci insegnano costantemente a cercare l’approvazione e a restare nei margini.

Il grandissimo esperto di marketing Seth Godin nel suo libro La mucca viola (Sperling & Kupfer, 2015) ci illustra le devastanti conseguenze di un approccio di questo tipo nel business. Un tempo, oltre 20 anni fa, avevamo sul campo un numero decisamente inferiore di prodotti e servizi, e avevamo più tempo per cercare, scegliere le cose di cui avevamo bisogno. Bastava quindi una buona campagna pubblicitaria per orientare le scelte dei consumatori, senza una gran fatica e con un discreto investimento in denaro.

Sicuramente ve ne rendete conto, ma oggi non è più così. Non è più così da tempo in realtà. Per poter attrarre l’attenzione è necessario creare un prodotto – o servizio – straordinario, quello che Godin chiama la mucca viola. Il motivo è che altrimenti, anche se la qualità è altissima, rimaniamo invisibili. Lo stesso vale per la nostra persona e le nostre capacità quando ci presentiamo per chiedere un lavoro.

Ma anche se razionalmente sappiamo che questa è la strada, solo pochi di noi la intraprendono realmente. E il motivo alla base è sempre la paura.

La paura di fallire, di non incontrare il consenso, spinge alla prudenza che in questo caso significa restare nel cosiddetto low profile.

E nella realtà di oggi il low profile equivale all’invisibilità, quindi all’impossibilità che i nostri prodotti, magari di qualità eccellente, arrivino ai potenziali fruitori. Ed è proprio questo che conduce al fallimento, come dimostrano molte aziende che nei momenti di crisi puntano alla prudenza – e restano ferme – e nei momenti favorevoli puntano a non cambiare e a consolidare la situazione– e restano ferme. Quante ne conosciamo che chiudono a causa di questa paralisi?

Il coraggio nel business, e nella vita

Serve coraggio nel business. Coraggio, non incoscienza ovviamente. E coraggio non è ignorare la paura; significa principalmente sentirla, conoscerla, decidere di non farsi guidare da lei nelle scelte. Dobbiamo sentire quanto siamo condizionati per poterci liberare di certe impalcature. Senza questo passaggio, se continuiamo a cercare di evitare le critiche, come potremo mai affrontare il mondo dell’innovazione da protagonisti?

Quando le persone ci criticano e ci sentiamo inibiti, dove è focalizzata la nostra attenzione?

Al lavoro criticato o alla protezione del nostro ego incrinato dal feedback? Perché se, come accade di frequente, ne facciamo una questione personale, rischiamo di andare in pezzi. E oltre a soffrirne, perdiamo l’opportunità di ampliare lo sguardo alle persone a cui il nostro messaggio è diretto.
E non c’è dubbio che un’idea rivoluzionaria sia più criticata di una conservativa. Siamo esseri abitudinari e il nuovo atavicamente ci spaventa. Spesso le buone invenzioni hanno incontrato molte resistenze dovute a un consolidato sistema di abitudini che ha anteposto all’evidenza dei fatti una griglia di valutazione fondata su una preferenza per il conosciuto rispetto al rischio del salto nel vuoto.
Possiamo farcene una ragione: la nuova idea qualcuno non la sopporterà. Attenzione perché con questo non sto dicendo che ogni nuova idea sia straordinaria e destinata a cambiare il mondo. Dico però di allenarci a distinguere ciò che è costruttivo da ciò che ci spinge all’immobilità, anche nel confronto con gli altri.

L’integrazione di una pratica di consapevolezza nella quotidianità mi sembra indispensabile per coltivare quella spaziosità interna e quella ricettività in grado di renderci contenitori di questi fenomeni, ampliando la nostra visione e proteggendoci dal rischio di esploderne se restiamo intrappolati nei loro contenuti.

Abbiamo tanta paura di essere messi in ridicolo da battute o critiche, non è vero? Ma come ci dice Seth Godin, più cresce la voglia di farne una parodia, e più ciò che offriamo è percepito come straordinario. L’incubo più grande di questi tempi, per chi ha qualcosa anche di valore da condividere nel mondo, è l’invisibilità, non la critica. Ci avete pensato?