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Un discorso nato anni fa

Mi torna spesso in mente la riflessione condivisa da Umberto Eco nel suo discorso all’Università di Torino, quando gli fu consegnata una laurea honoris causa in Comunicazione e cultura dei media. Era il 2015. Ancora oggi questa riflessione viene usata, o probabilmente strumentalizzata, come baluardo di un movimento che vorrebbe limitare la libertà di espressione nel mondo. Ho voluto riascoltare quel discorso parola per parola e davvero non riesco cogliervi una intenzione repressiva. Non si può certo negare che il mondo di internet, in particolare quello dei social, nel promuovere connessioni, collaborazioni al di là di distanze, superando differenze culturali, abbia dato voce anche a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società.

Ma siamo davvero convinti che sia chi parla a danneggiare la società?

Tutti parlano di tutto

Avete notato che, con rare apprezzabili eccezioni, oggi la diffusione di informazioni su qualunque tema non richiede più alcuna competenza in materia? A me sembra che in nome del diritto di parola, che considero sacrosanto, tutti si sentano legittimati a offrire al mondo del web la loro voce più che i loro contenuti. L’effetto primario di questo fenomeno è che per trovare delle informazioni attendibili bisogna cercare in un oceano di contenuti, molti dei quali sono trash. E allora che facciamo? Interveniamo con la censura?

Quando si superano certi limiti e si scade nella violenza, nell’insulto o nella minaccia, sono convinta che si debba intervenire con dei provvedimenti precisi, così come si interviene, o almeno si dovrebbe intervenire, nel ‘mondo reale’. Per il resto non credo affatto che qualcuno possa permettersi di dire a qualcun altro di non parlare, di non esprimere il proprio punto di vista su un tema. E non credo affatto che un premio Nobel abbia più diritti di un ignorante. A mio avviso, ciò che fa la differenza non è il diritto di parola, ma piuttosto l’autorevolezza nel campo. Non siete d’accordo? 

Tutti credono a tutto

La soluzione che mi sembra più urgente per far prevalere contenuti di qualità non è certo fermare chi parla ma piuttosto sensibilizzare le persone perché non credano a tutto ciò che leggono. La mia generazione è abituata a considerare notizie le informazioni diffuse dai media. Questo non perché a quei tempi si fosse persone migliori e oggi stupidi, ma perché il processo di pubblicazione di una notizia era più lungo e articolato. I media erano un mondo controllato e, a parte le evidenti colorazioni politiche ben presenti anche allora, i fatti raccontati erano fatti. Venivano chiamate a esprimersi su un tema le persone considerate esperte, non chiunque.

Oggi tutto è completamente diverso a partire dal concetto di media. E fate attenzione perché con il termine diverso non voglio intendere che sia peggiore o migliore. Sto solo sottolineando che oggi serve una maggiore attenzione.

Il mondo dei media oggi

Il vecchio processo controllato di diffusione delle informazioni ha creato in passato delle classi di baroni il cui punto di vista non poteva essere discusso. Le persone cosiddette comuni non erano abilitate a parlarne se non al bar. In quel mondo magari persone altrettanto autorevoli – o anche di più – ma non ben inserite, non hanno trovato voce. Forse alcuni contenuti brillanti sono stati anche censurati, chi poteva controllarlo? Che cosa si aveva in mano per poter far sentire la propria voce alle cosiddette masse? Vista da questa prospettiva, la situazione non sembra peggiorata, anzi. Oggi tutti possono parlare a migliaia o perfino a milioni di persone. Tutti hanno le stesse possibilità, dal premio Nobel all’ultimo ignorante. Nel mondo di oggi diventi barone attraverso l’autorevolezza che sei stato capace di costruirti: non solo studiando o facendo esperienza ma anche attraverso la capacità di trasmetterla. Oggi non esiste più nulla di indiscutibile e questo, a seconda della prospettiva da cui guardiamo la situazione, può rappresentare il paradiso o l’inferno. 

Tutto ha un prezzo

La domanda che mi pongo più spesso è questa: perché ogni volta che qualcuno – un politico, un professionista, un concorrente, o anche un millantatore – parla alle ‘masse’ vantando competenze che non ha, o diffondendo pseudo-informazioni, o parlando a sproposito di qualcosa, e malauguratamente viene ascoltato più di noi, ci indigniamo accusando i social di essere un immondezzaio e le persone di essere decorticate?

Oggi tutti hanno a disposizione ogni mezzo per verificare le informazioni, per riferirsi a fonti autorevoli e per confrontare le fonti. E sono anche liberi di seguire, applaudire o premiare con il loro consenso chiunque.

Il problema qual è? Se seguono me o la pensano come me sono intelligenti altrimenti sono ignoranti? Questa è la spiegazione più comoda per chi si erge a barone. Se una persona oggi non ha il seguito che si aspetta, le cause deve cercarle nelle sue capacità di creare e trasmettere conoscenza, non nella stupidità delle persone sui social o nel comportamento del web. Allora c’è da porsi un’altra domanda: se non sai trasmettere ciò che conosci, sei sicuro di conoscerlo così bene? Se accedi a questo mondo, pieno di possibilità e allo stesso tempo spietato, non puoi permetterti di essere snob e guardare tutti dall’alto del tuo blasone. Ho visto tanti concetti stupidi diventare virali, è vero, e questo è il prezzo della libertà; ma qual è il problema? Quando le persone si affezionano a qualcosa di sciocco è probabilmente perché in giro non c’è altro che incontri le loro necessità di quel momento. Ma quando le persone sono ispirate, allora sì che rispondono, partecipano, si prendono delle responsabilità, ti seguono. Non offendere la loro intelligenza e soprattutto non sopravvalutare la tua perché le conseguenze poi le paghi tu. 

La consolazione che non consola

Se una classe politica che non ci piace, qualunque essa sia, vince democraticamente le elezioni, di chi è la colpa? Dei vincitori che sono manipolatori, della stupidità delle persone a cui si dovrebbe negare il diritto di voto, o dei traditori all’interno del partito? Non è forse di chi le ha perse perché nonostante si percepisse più onesto, competente e intellettualmente superiore, non è riuscito a trasmetterlo in modo credibile? Faccio questo esempio proprio perché a me la politica non interessa, quindi posso parlarne col giusto distacco senza scatenare le ire di nessuno. Mi diverte vedere persone analizzare risultati disastrosi sempre con gli stessi occhi, con gli stessi BIAS di conferma, che non le portano da nessuna parte. E la politica non è il solo ambito in cui cose di questo tipo accadono. 

Che si fa?

Rem tene, scripta sequentur, diceva Catone il Censore. Credo che se ne possa trarre un invito importante per tutti noi: se padroneggi davvero qualcosa, il modo di esprimerlo e di trasmetterlo verrà da sé. E aggiungo che le persone se ne accorgeranno, a patto che ne rispetti le necessità. E per fare questo, i riflettori devi tenerli sul tuo lavoro. La strada per essere autorevole non passa attraverso la censura, solo la paura lo fa.