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Tutti abbiamo paura

Chi ha paura di parlare in pubblico non deve sentirsi solo. Matthew Lieberman nel suo libro Social – Wired to connect  ci dice che la paura di parlare in pubblico è atavicamente connessa alla paura del rifiuto che, come sappiamo, genera un’esperienza dolorosa comunemente nota come dolore sociale. Il bisogno sociale, originariamente al terzo livello della piramide di Maslow, andrebbe ricollocato, secondo le neuroscienze sociali, proprio tra i bisogni primari.

Chi non ha paura di parlare in pubblico non è un alieno.  È generalmente abituato a integrare questa esperienza nella quotidianità. 

Cosa non fare?

Sforzarsi di non avere paura, cosa che invece si fa spesso, è il modo peggiore di occuparsi del problema. Per sua natura, lo sforzo ha l’effetto di comprimere. E quando lo spazio è angusto, quella paura lo riempie tutto e diventa totalizzante. Sforzarsi di restare calmi, quindi, non fa che aumentare l’ansia, e il messaggio che viene codificato all’interno è che la calma debba essere conquistata attraverso il conflitto.

La chiave, invece, non è nello sforzo ma nella curiosità. Conoscere, esplorare. Sentire nel corpo e nella mente di cosa è fatta questa paura aiuta a farle spazio.  Più volte la rivista Harvard Business Review è tornata a confermare che la curiosità permette di vedere le situazioni difficili in modo più creativo perché associata a reazioni da stress meno difensive.

Questo toglie potere alla paura. In un contenitore più ampio, anche un’esplosione rimane contenuta.   

La mia paura di presentare in pubblico

Da sempre per la mia professione mi trovo a dover parlare in pubblico, in Italia e anche all’estero. A maggio, ad esempio, ho tenuto negli Stati Uniti il discorso di apertura di una conferenza. 

Quando ricordo le prime volte, però, ancora rabbrividisco. Ero una perfezionista assoluta. Mi preparavo il discorso – parole, pause, battute -, creavo uno schema riassuntivo e una mappa mentale. Lo ripetevo a casa sforzandomi di apparire spontanea.  E dopo tanta fatica, non ero mai soddisfatta.

L'ego e la paura di parlare in pubblico

Le mie slide straripavano di informazioni perché tutti fossero impressionati dalle mie competenze. Arrivavo in aula col respiro corto, lo stomaco stretto e un implacabile, incessante stimolo a fare pipì. Facevo finta di niente, non salutavo,  sguardo basso, sistemavo il computer.

Quando tutto era pronto, sollevavo lo sguardo per dirigerlo oltre la platea, proprio al centro della parete di fronte. Un saluto di circostanza a tutti (e a nessuno) e poi via. Cuore in gola, voglia di essere altrove, paura delle domande che mi avrebbero fatto, paura degli sguardi. Le mie trattazioni erano lunghe, dettagliate, ineccepibili. Ed era questo il mio ideale di perfezione.  Una noia mortale, in realtà.

Concludevo con un ci sono domande? puramente di circostanza, sperando che nessuno alzasse la mano. Infatti, puntualmente, nessuno la alzava. Solo allora mi sentivo salva. Ogni volta lasciavo tutti a bocca aperta, tanto che le domande non erano necessarie. Così cercavo di raccontarmi l’esperienza. 

Quanto è utile secondo voi parlare in pubblico in questo modo?  

E allora, cosa si può fare? 

Nel pieno di un percorso di consapevolezza ho compreso qualcosa di importante: non mi ero mai chiesta perché presentassi quelle cose, né posta mai domande sulle necessità dell’audience. Non avevo guardato negli occhi le persone che seguivano le mie presentazioni. Non avevo mai chiesto a loro perché fossero lì. Non li avevo mai incontrati davvero. Li vedevo come giudici severi, pronti a colpirmi. Interamente focalizzata sulla performance, sotto i riflettori del mio critico interno, delle persone mi dimenticavo completamente. A chi e a cosa è servita quella ‘perfezione’?  Io direi  a nessuno e a niente. Una enorme spreco di tempo, di energie, di materiale.

Negli anni ho compreso che ciò che più mi motivava era dimostrare. E odiavo quel lavoro. Pian piano ho cominciato a chiedermi: e se le persone avessero veramente bisogno di queste lezioni? Cosa portano a casa dopo avermi sentito parlare? Forse speravano di lavorare meglio dopo la mia lezione. Era possibile che a loro non importasse molto della mia bravura. Magari speravano solo che potessi aiutarli a comprendere meglio certi concetti. E sarebbero andati a casa soddisfatti, dimenticando me e lavorando con le conoscenze apprese.

Ma avevo paura delle loro domande perché tutto il mio discorso era preparato in anticipo.  Non potevo certo rischiare di dire non lo so. Sarebbe stato umiliante

Man mano che questi dubbi si facevano strada dentro di me, ho iniziato a pormi in modo diverso, assumendomi qualche piccolo rischio. Durante la preparazione della presentazione, ho cercato di capire il background e le necessità dell’audience – non sempre questo è possibile. Iniziai col creare un set minimo di slide per la parte essenziale, asciugandole molto:  poche parole scritte, immagini semplici da comprendere e da ricordare. Ne preparai anche altre più specifiche di riserva.  Mi preparai bene sui temi da trattare ma tracciai solo la mappa mentale e decisi di non scrivere il discorso. 

Che risultati! 

Andai in aula e salutai tutti con un sorriso, ringraziandoli di essere venuti. La paura era lì con me. Poi sistemai il computer. Quando tutto era pronto, cominciai subito a coinvolgerli: qualche domanda generale per saggiare le loro aspettative e necessità. La paura era sempre lì, ma c’erano anche le loro facce, i sorrisi di alcuni, la loro presenza, il tempo che avevano deciso di dedicare ad ascoltarmi.  Rispettai la struttura di base per la lezione, dando risalto agli argomenti in base alle domande e al dialogo. Avevo la competenza per rendere la lezione flessibile, e lo feci.

La presentazione fu decisamente imperfetta, e il mio critico interno più crudele che mai. Una sessione tutt’altro che lineare, ma le persone in aula non smettevano di fare domande. Mi chiedevano materiale, consigli, spunti per l’approfondimento. Qualcuno mi contattò giorni dopo la presentazione per dirmi che stava usando ciò che aveva imparato da me, altri per chiedermi se avevo n programma altre presentazioni o approfondimenti. La mia paura e il mio critico interno non sono mai svaniti ma ho  imparato a sorridere anche a loro. Avete presente un bambino che urla? Se lo fa in un ascensore è devastante per i vostri timpani. Se invece lo fa in uno spazio ampio come uno stadio, si sente, certo,  ma non c’è bisogno di tapparsi le orecchie. Gli si può sorridere, si può anche non respingerlo. E poi pian piano urlerà sempre di meno.

C’è sempre qualcosa in più oltre a ciò che siamo disponibili a vedere. Questo è il mondo di possibilità che solo una mente spaziosa è in grado di offrire. Insieme alla paura c’è la nostra intenzione di condividere, c’è la nostra preparazione, forse anche qualcuno a cui chiedere aiuto. 

E se non so rispondere? 

Cosa accade se proviamo a permettere a noi stessi di non conoscere una risposta?

Possiamo parlare in pubblico lasciando che la paura ci sia, senza alimentarla; senza affogare nei contenuti della mente. Alle persone non importa se sappiamo o non sappiamo rispondere. A loro importa che le mettiamo in condizione di avere l’informazione che chiedono. Basta un semplice grazie per la domanda, controllo e ti rispondo più tardi (o dopo la lezione).  Questo è un problema per il critico interno, non per le persone. 

Approfondisco questo e altri temi  nel mio libro “Il Genio Dentro”