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Voglio dedicare questo blog al libro “All the Rage – Buddhist Wisdom on Anger and Acceptance” (Shambhala Publications 10/07/2014) un testo di notevole profondità ed estrema chiarezza interamente dedicato al nostro rapporto con la rabbia. Ho scelto il capitolo “On the Other Side of the Fence” (“Dall’altra parte della barricata”) di Dzigar Kongtrul Rinpoche. 

Ogni volta che qualcuno si arrabbia, gli effetti di questa emozione si diffondono nell’ambiente, come un odore sgradevole che tutti sono costretti a sentire.  La fragilità dei nostri stati mentali risente fortemente di questi “odori”, ma l’impatto più significativo e devastante è solitamente diretto contro la persona stessa che si trova nel vortice di questa emozione.  L’autore sottolinea elegantemente che quando ci arrabbiamo, perdiamo la dignità della nostra intelligenza. Ci sentiamo vulnerabili nel profondo, non tanto per ciò che crediamo sia successo fuori, ma piuttosto perché abbiamo perso fiducia nella nostra capacità di rispondere alle situazioni in modo sano e ragionevole. In queste occasioni capita frequentemente che gli altri si tengano lontani da noi, per non sentire quell’odore, lasciandoci soli con la nostra mente e con tutto il pesante residuo della nostra reazione.

La maggior parte delle persone non si considera violenta o aggressiva, ma la rabbia si può esprimere, o non esprimere, in molti modi, talora anche subdoli, che non sempre si offrono con chiarezza alla nostra comprensione. A volte succede qualcosa nelle nostre relazioni, o semplicemente crediamo che sia successo, e maturiamo una attitudine di risentimento, di sfiducia tanto aspra verso altre persone, da ritrovarci ad escluderle dal regno del nostro cuore, ponendole “dall’altra parte della barricata”. In questo processo di separazione ed esclusione siamo continuamente incoraggiati dalla mente proliferante, che, con grande esperienza e maestria, ci offre interminabili, ripetitivi scenari di conferma a supporto di questa scelta. 

È bene chiarire che possiamo avere delle cause esterne oggettive e valide per tenerci lontani da qualcuno. Può capitare di dover fare intervenire la nostra intelligenza critica per toglierci da situazioni che ci fanno del male, o per non abbassare la guardia nella relazione con qualcuno. Possiamo addirittura trovarci di fronte alla necessità di prendere posizione contro qualcosa o qualcuno che può nuocere a noi, ad un gruppo di persone, ad una comunità o anche a tutto il mondo. Ma quando in questo scenario entra in gioco la rabbia e soprattutto quando essa muove le azioni successive, spesso la confondiamo con la capacità di discernimento, o con il nostro istinto naturale a migliorare il mondo intorno a noi. La ragione per cui tutto questo avviene è che la rabbia ci dà l’illusione di vedere chiaramente. Sentiamo una prepotente forza quando abbiamo una opinione e sappiamo da quale parte stare.  

La differenza tra la chiarezza che crediamo di avere quando siamo identificati con la rabbia e la chiara visione dell’esperienza è che la reattività ha una logica molto stretta, con uno spazio insufficiente ad includere il livello più profondo delle cause e condizioni che circondano quella situazione. Proprio perché non c’è nessuna capacità di vedere le cose in prospettiva, di contenerle in uno spazio più grande, la mente identificata con la rabbia non vede alcuna ragione al mondo per tirarsi indietro. È solo completamente impegnata a preservare il senso del sé per il quale sembra stia lavorando incessantemente. Non pensa alla pace o al disagio, al beneficio o al danno, non cerca nemmeno di volgere verso una direzione emotivamente più salutare, ma fonda semplicemente la sua logica sull’erroneità o la scorrettezza delle azioni altrui, e possiede sempre il segno distintivo dell’avversione. In un modo o nell’altro sentiamo che siamo invischiati in un meccanismo non salutare, che abbiamo perso il nostro equilibrio, a volte ci agitiamo come cagnolini che abbaiano e saltano nervosamente cercando di intimidire gli altri.  In quei momenti perdiamo la nostra capacità di discernimento, che solitamente recuperiamo solo quando la tempesta emotiva è passata.

Nell’atto stesso di mettere qualcuno dall’altra pare della barricata, perdiamo inevitabilmente la capacità di vedere con chiarezza, e sfuma per noi l’occasione di produrre una azione salutare. Naturalmente possiamo portare tante argomentazioni a supporto di una reazione, ad esempio quella di avere ragione, una ragione che riconosciamo a noi stessi o che altri ci riconoscono.

La rabbia sembra sempre ragionevole e molto convincente, ogni volta che ci sentiamo minacciati. SI dice che la rabbia arrivi come una amica, giusta e protettiva, condotta però da una logica davvero ristretta: qualcun altro o qualcos’altro ne è sempre il responsabile. Questa logica ci acceca e noi siamo in assoluto i più colpiti dal nostro perverso meccanismo reattivo, fatto di paura e sofferenza. Ma da dove viene tutto questo?

La paura e la sofferenza da essa generata sono direttamente proporzionali alla misura dell’importanza che assegniamo a noi stessi. Nel nostro costante tentativo di tenere al sicuro l’impero dell’ego, perché nessuno ci ferisca o ci deluda, dobbiamo combattere con il mondo e con tutta la sua imprevedibilità. Abbiamo molto meno controllo di quanto vorremmo sulle condizioni della nostra esistenza. L’attaccamento alle nostre speranze, alle nostre opinioni e preferenze stimola continuamente il nostro senso di insicurezza, mina la nostra fiducia, nutre l’inquietudine e l’agitazione della mente che ci toglie energie, lucidità e ci imprigiona nel solito, conosciuto, abituale meccanismo reattivo. Viviamo spesso nella speranza di ricevere lodi e approvazioni e temendo il giudizio o la critica. Vogliamo fama e riconoscimento temendo di essere ignorati o messi da parte. Le preoccupazioni che abbiamo con le nostre varie speranze e paure riempiono completamente le nostre giornate. Nutrendo l’identificazione con i nostri progetti, con le nostre speranze e preferenze, abbiamo costantemente l’ansia di ottenere ciò che vogliamo, nonché la predisposizione acquisita a reagire quando non riusciamo nel nostro intento e un’attitudine spesso ostile verso le persone che incontriamo nel nostro percorso. Per i nostri avversari, quelli che abbiamo messo dall’altra parte della barricata, desideriamo che le cose non vadano bene e siamo logorati dall’invidia quando le nostre speranze non sono soddisfatte.  Siamo spesso delusi anche da noi stessi, ai nostri occhi non abbiamo la stessa immagine che cerchiamo di mantenere all’esterno. Questo dà spazio al rifiuto del modo in cui ci percepiamo, di ciò che sentiamo, e di ciò che pensiamo.  In questo modo non facciamo che rafforzare il nostro impero e suoi disastrosi effetti nella quotidianità. Il mondo però è così com’è e l’autore ci invita ad essere pratici. Non possiamo aspettarci che tutto ciò che ci fa soffrire, dall’esterno o dall’interno, se ne vada perché non lo vogliamo. In presenza di emozioni difficili di solito reagiamo, cercando di reprimerle o dando loro pieno sfogo. Entrambe le reazioni sono animate dal tentativo incessante di liberarci delle esperienze indesiderate. Il risultato è che ci ritroviamo alienati dalla vita del momento, in una dimensione che non ci risparmia quel dolore e non ci lascia alcuna risorsa per attraversarlo. Invece volgere verso la comprensione dei nostri meccanismi mentali e delle nostre emozioni, accogliendole, facendo loro spazio, incontrandole senza costringerle nella morsa del giudizio, è qualcosa che pacifica, che “va verso”, che non separa. In questa dimensione l’essere umano può attingere alle sue qualità essenziali per attraversare le esperienze di vita, piacevoli o spiacevoli che siano.

Se non pienamente compreso, un approccio pacifico e accogliente potrebbe essere confuso con l’ignavia o con una risposta passiva ai misfatti del mondo. Nelle relazioni abbiamo paura che se non reagiamo, magari in modo aggressivo, stiamo approvando l’ingiustizia, o ne saremo vittime a vantaggio di qualcuno che ne approfitterà.  Invece sentiamo l’urgenza di tenere al sicuro il senso della nostra importanza, cuore dell’impero dell’ego, mettendo in atto tutta la forza necessaria per proteggerlo, per non farci ferire. 

In realtà l’approccio pacifico, o “non violento”, come lo definisce l’autore, permette di comprendere, di fare spazio, di accogliere, ed è totalmente diverso dalla passività. È piuttosto un percorso di impegno e di coinvolgimento totale della persona. Chi coltiva questa relazione con la vita non è distaccato o passivo rispetto alla sofferenza, piuttosto è presente, è saggio, è coraggioso (presta il cuore) e vulnerabile (disponibile ad essere toccato) possiede la capacità di discernere e di agire, di scegliere per il proprio bene e per quello degli altri. Questa forma di saggezza e di coraggio è quotidianamente nutrita dall’impegno a comprendere la nostra mente, le sue reazioni e la sofferenza da esse generata. Stare con ciò che c’è, anche con l’emozione difficile e dolorosa, non significa bollire nella rabbia come un pezzo di carne in una zuppa. Significa vederla, accoglierla, farle spazio. Significa scegliere di non abbandonarsi ad essa perché, conoscendo le conseguenze della reattività, vogliamo fare esperienza del senso di fiducia che viene dal coltivare la pazienza. L’autore ci invita ad evocare le nostre innate qualità e permettere a noi stessi di sentire quanto può essere grande l’intensità di una tale emozione, e quanto è forte l’impulso a liberarcene. Ci invita a restare presenti senza dar seguito alle reazioni abituali. Cos’è in fondo la rabbia se non è nutrita da reattività? Quando si assaggia la possibilità di non identificarci con essa e di poterne incontrare l’intero ciclo di vita con apertura, disponibilità e curiosità, si può scoprire, forse con grande sorpresa, che non è poi così potente come crediamo.