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Come molti studi autorevoli hanno dimostrato negli anni, il nostro cervello non può lavorare in multitasking. Il funzionamento dei suoi processi interni esclude la possibilità che esistano due o più oggetti primari di attenzione. In altre parole le risorse dell’attenzione non possono essere distribuite equamente fra i compiti (task) che stiamo eseguendo, possono solo oscillare molto velocemente fra un compito e l’altro, dandoci l’illusione della contemporaneità. Ciò chiarisce immediatamente la natura dell’illusione, ma non avrebbe una grande importanza se tutto questo lavoro non richiedesse un caro prezzo cognitivo ed emotivo, e se non avesse conseguenze significative nella nostra vita professionale, relazionale e personale.

Earl Miller, docente di neuroscienze presso l’MIT, sottolinea che in questa modalità di lavoro diventiamo paradossalmente meno produttivi e più ansiosi, in quanto il multitasking accresce i livelli di cortisolo. Diventiamo perfino “meno intelligenti” nel senso che tutto il rumore e l’eco delle altre attività nella nostra mente compromettono, tra le altre cose, la nostra capacità di concentrazione. Ciò si riflette in una flessione anche significativa nella misura del valore del QI (quoziente intellettivo).

E sapevate che dà anche assuefazione?

Daniel Levitin, docente di psicologia e neuroscienze presso l’università McGill di Montreal, descrive il multitasking come un lavoro da “giocolieri”: facciamo muovere un oggetto, poi passiamo ad un altro oggetto e torniamo velocemente al precedente almeno per controllare come sta andando. Questa oscillazione continua e incessante richiede un grande consumo di tempo e di energia. In modalità multitasking si impiega più tempo a eseguire i compiti e si consuma una maggiore quantità di energia, rispetto a quanto accadrebbe se ci occupassimo di una cosa alla volta.

È facile comprendere quanto sia difficile e poco produttivo conversare con qualcuno e allo stesso tempo scrivere una email o un documento. È ciò che spesso facciamo, o tentiamo di fare, in ufficio, o a casa.  È facile percepire la fatica e gli effetti devastanti – sul tempo impiegato e sulla qualità dei risultati – nella realizzazione di questi due compiti, quando cerchiamo di svolgerli contemporaneamente.

L’oceano di stimoli, soprattutto tecnologici, in cui siamo immersi durante la giornata nonché il sovraccarico di informazioni (information overload) a cui siamo costantemente esposti, sono inviti continui ad alimentare questa modalità, a non perderci nulla, a essere ovunque.  A me sembra che per poter uscire da un circolo vizioso così forte e consolidato nel tempo, così carico di promesse ed illusioni da essere percepito come un bisogno, sia necessario aprirci a una comprensione vera di ciò che accade nella nostra mente, del modo in cui impieghiamo le nostre risorse, dell’energia che sprechiamo e dello stress che accumuliamo.

Alcune attività prevalentemente routinarie, che non richiedono uno sforzo cognitivo per la loro realizzazione, o le “coppie di attività” che sono controllate da diverse regioni del cervello possono non risultare significativamente danneggiate da questo modus operandi in quanto non creano un grosso conflitto nell’utilizzo di risorse. Per questa ragione ad esempio riusciamo piuttosto agevolmente a fare conversazione mentre mangiamo. Ma tutto il resto, ed è davvero molto, può seriamente compromettere la qualità della nostra vita, in ogni aspetto.

La pratica della mindfulness può avere un ruolo fondamentale in questo scenario perché ci allena a prestare una attenzione unificata, in controtendenza rispetto alla dispersione operata dal multitasking. Ci permette anche di comprendere la qualità dell’attenzione che stiamo prestando a una attività, o a una persona. Ci permette di percepire il costo emotivo e cognitivo del multitasking, non solo di leggerlo negli articoli. Il valore di questa comprensione può condurre a prenderci una maggiore cura delle nostre risorse, evitando di aggiungere del lavoro quando non è strettamente necessario e a rivedere, ridiscutere, rinegoziare, laddove possibile, le nostre priorità.

Portando la pratica di consapevolezza nel vortice del multitasking potremmo accorgerci che, nonostante le convinzioni o le illusioni di questi anni, nessuno al mondo, per nessuna ragione, ha bisogno di vivere in questa modalità. L’unica necessità che abbiamo è di comprendere e abitare pienamente l’esperienza con una attenzione docile, flessibile e inclusiva. Tutto il resto viene da sé.