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Lavoro e status sociale

È molto facile per chi lavora, soprattutto oggi, identificarsi con il proprio ruolo professionale, con la posizione ricoperta all’interno di una organizzazione, specialmente in contesti competitivi come quelli in cui moltissimi di noi vivono. 

Da un lato il lavoro offre varie possibilità che influiscono positivamente sulla qualità di vita delle persone: nuove opportunità di amicizia, l’appartenenza ad un gruppo, la soddisfazione di contribuire alla realizzazione di un obiettivo, la gioia di essere parte di qualcosa che esprime uno scopo più alto, significativo per la comunità. Tuttavia, nonostante tali benefici, è davvero molto rischioso per una persona fare del lavoro la propria ragione di vita.

Diversi ruoli professionali non garantiscono lo status sociale che il nostro ego potrebbe desiderare per proiettarsi nel mondo.  C’è quindi da domandarsi cosa fare quando il lavoro non ci riconosce la soddisfazione che ci aspetteremmo. Come possiamo sentirci quando gli altri ci trattano in base al ruolo che ricopriamo invece che come esseri umani completi? 

Ne parla Sharon Salzberg nel suo libro Real happiness at work, una chiara illustrazione di come la pratica di consapevolezza possa nutrire la nostra vita lavorativa e restituirci la gioia di una realizzazione, a prescindere dal ruolo che ricopriamo. E questo non ha nulla a che vedere con la rassegnazione o la rinuncia a crescere professionalmente. La rassegnazione è un senso di impotenza, carico di avversione, che nutre emozioni difficili e genera sofferenza. Il libro della Salzberg invece parla di una vera realizzazione della persona, che non dipende dalla condizione lavorativa. Una mente capace di compiere un tale passaggio è libera, spaziosa, in grado di operare delle scelte quando se ne presenta l’opportunità. Una mente identificata con l’insoddisfazione di una condizione lavorativa tende a cristallizzarsi intorno a un ruolo, e col tempo costruisce la sua prigione. Conosco persone terribilmente insoddisfatte del loro lavoro che hanno rifiutato nuove opportunità perché non si sentivano adeguate a ricoprire un ruolo diverso.

lavoro-insoddisfacente

Da dove osserviamo?

E se provassimo per un istante a cambiare prospettiva?

Come tutte le condizioni che non ci piacciono o che in qualche modo minano l’immagine che abbiamo di noi stessi, un lavoro non gratificante ci rende insoddisfatti e a volte frustrati, ma può offrire l’opportunità di lavorare con le emozioni difficili, di praticare l’umiltà, di portare la consapevolezza sulla sofferenza generata dall’attaccamento allo status, dalla competitività e dalla costruzione dell’apparenza. A prescindere da quando amiamo od odiamo il nostro lavoro, possiamo sempre imparare dalle nostre risposte e usare queste esperienze per cogliere degli insight sul modo in cui il nostro stato mentale influisce sulla qualità di vita.

Questa può sembrare una amara consolazione, ma se compresa è in grado di portare un enorme beneficio: può rivelarci la nostra delusione verso noi stessi (se solo avessi una promozione avrei un maggiore valore come persona) e ci permette di aprirci alla verità, di comprendere cioè che il titolo, le responsabilità o i ruoli non hanno nulla a che vedere con chi siamo in realtà.

Questo disallineamento frequente, a volte inevitabile, tra quello che vogliamo e ciò che otteniamo ha una funzione vitale: ci ricorda dell’impermanenza, aiutandoci a dirigere la nostra attenzione verso ciò che davvero conta.

 

Delusioni e risvegli

In altre parole, quando sperimentiamo l’insoddisfazione al lavoro, cosa che prima o poi ci accade a prescindere dal ruolo che ricopriamo e dall’importanza della nostra posizione nella comunità, possiamo usare il risentimento che proviamo come opportunità di risveglio. Le delusioni possono permetterci di far luce sulla nostra reattività, sul modo in cui siamo soliti costruire sofferenza intorno alle esperienze che viviamo.

La consapevolezza ci permette di forgiare quotidianamente questo percorso interiore.  Realizzando che i nostri ruoli sono transitori, come del resto tutti i fenomeni, le condizioni e le relazioni, possiamo svolgere il lavoro al meglio delle nostre possibilità, senza che questo colori l’immagine che abbiamo di noi stessi od offuschi i nostri progetti di vita.