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Essere o fare il leader?

Se un leader ricopre una certa posizione, è molto probabile che sappia ottenere risultati, un lavoro svolto correttamente e nei tempi richiesti. Ma perché un leader si distingua per le sue qualità e sia davvero riconosciuto come tale, non può ridursi ad avere esclusivamente abilità nel fare. Il suo modo di essere è fondamentale, al punto da influire significativamente sulle sorti di una azienda.

Ne parla il bellissimo libro Real Happiness at Work di Sharon Salzberg (Workman Pub Co – 31 dicembre 2013) che affronta il tema della leadership e del lavoro interiore necessario per la vera crescita di una organizzazione. Anche oggi pubblico un contenuto ispirato a questa grande autrice.

Le capacità di vedere, di cogliere, di ascoltare sono ingredienti essenziali perché emerga la connessione, qualcosa che ci permette di crescere come individui, di svolgere un lavoro migliore, di approfondire le relazioni con i colleghi, di essere aperti al cambiamento e flessibili nelle nostre aspettative.  Senza queste qualità, perfino il leader più talentuoso può perdere delle grandi occasioni, impedendosi di realizzare il suo pieno potenziale e quello delle persone che dirige.

I più grandi condizionamenti

Una delle cause che più comunemente conducono al burn-out è la convinzione di dover avere un maggiore controllo sui colleghi, sui capi, sui clienti, sulle attività, sugli eventi, per avere la garanzia di non incontrare l’insuccesso.

D’altra parte, qualsiasi lavoro è inevitabilmente soggetto a imprevisti, delusioni e fallimenti e prima o poi li produrrà per chiunque. Come rispondiamo a tutto ciò è una nostra scelta.  Questo non è un invito a una deresponsabilizzazione o a un atteggiamento superficiale verso la capacità di prevenire gli errori. È solo un invito a comprendere che non tutto è sotto il nostro controllo e che l’eccellenza non è fondata sulla totale assenza di insuccessi.

La capacità di comprendere, accettare e ricominciare ogni volta è l’essenza della meditazione di consapevolezza. Ogni volta che ci sediamo in meditazione stiamo ricominciando. Ogni opportunità di interrompere l’assalto furioso della catena di pensieri che si formano intorno all’insuccesso, creati dall’illusione che il controllo degli eventi avrebbe dovuto impedirci di fallire, è un momento di vero risveglio. È proprio su questo che si fonda la resilienza, una delle qualità essenziali per l’eccellenza nel lavoro, e nella vita.

Esistono leader focalizzati esclusivamente sul proprio successo personale, che ignorano le necessità e le aspirazioni delle persone che lavorano con loro. Possono essere brillanti, molto dotati dal punto di vista cognitivo, ma spesso appaiono arroganti, ossessionati dai profitti, dalla loro reputazione, dalla carriera, dal potere, dallo status sociale. Qualcuno usa il suo lavoro come “armatura” per proteggersi dagli attacchi degli altri.  Per tutta la vita si nasconde dietro questa maschera di autorità e finché non la perde, a seguito di un fallimento o di un licenziamento, non realizza quanto questa trappola sia potente. 

La resa, una soluzione semplice ma non facile.

Riconoscere di non essere invincibili permette di lasciar andare il giudizio per dare spazio alla vera cura: la compassione. Coltivando la capacità di vedere, si comprende quanto rapidamente le cose cambino e ci si prende meno sul serio. Riconoscere la propria vulnerabilità e la responsabilità verso i collaboratori scioglie ogni arroganza e lascia il posto alla connessione, la più grande fonte di forza per chiunque e per ogni organizzazione.

La resa può essere un segno di vera forza, per i leader e per chiunque, in qualunque ruolo. La maggior parte di noi è forse abituata a pensare alla resa come l’espressione di una debolezza, completamente distante da ciò che si immagina associato alla leadership. In realtà, la resa, come capacità di lasciar andare il controllo ego-centrato, è una delle competenze più importanti per una leadership di successo. Ciò ricorda un vecchio adagio Zen secondo cui il maestro esiste non per crogiolarsi nella ricerca egoica del proprio successo personale, ma per servire gli studenti, aiutandoli a eccellere. 

Quando realizzano questo, le persone collaborano a creare ambienti professionali dove i lavoratori si sentono valutati piuttosto che dominati, incoraggiati e coinvolti piuttosto che costretti. E gli effetti si vedono in ogni campo.

Attraverso la pratica di consapevolezza si vede più chiaramente quando l’attenzione e l’azione sono ego-centrate, si comprende come, per i leader e per i normali impiegati, la compulsione dei risultati che guida la nostra società possa facilmente accecare le persone di fronte alla verità dell’interconnessione, precludendo loro la pace nel lavoro e nella vita.