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Quante volte diciamo a noi stessi di aver bisogno di una pausa? A volte non è possibile concedercela perché ciò che stiamo facendo non si può rimandare. Ma quando possiamo finalmente staccare, lo facciamo davvero?

Come viviamo quei momenti, quei giorni, quelle settimane in cui ci rifugiamo in un luogo reale o in una dimensione mentale lontana dalla routine?

Le mie ferie molti anni fa

Mi ricordo che staccavo con grande difficoltà e per giorni la mente restava in ufficio. Immaginate un’automobile lanciata a tutta velocità a cui improvvisamente viene tirato il freno: continua ad avanzare, magari anche con qualche testacoda, percorrendo tutto lo spazio di frenata fino a fermarsi. Ecco, iniziavano proprio così le mie ferie.

I primi tre o quattro giorni erano per me quello spazio di frenata in cui cercavo di ricordarmi cosa mi fosse sfuggito, mi riempivo la mente di ipotesi su come stessero lavorando in ufficio con quel problema, con quel rilascio, con quella call.   Nel frattempo i giorni di ferie si consumavano fra tramonti unici, montagne piene di colori, o un mare che sembrava vivo e chiedeva continuamente attenzione come un bambino desideroso di giocare.  Quando mi accorgevo di tutto questo, spesso perché qualche amico me lo faceva notare, mi sentivo smarrita.

Mi trovavo immersa in quella bellezza e allo stesso tempo mi veniva in mente che non sarebbe durata ancora molto. Sentivo di aver bisogno di riposare e mi arrabbiavo con me stessa per aver sprecato dei giorni con la mente altrove, a inseguire in affanno l’eco di un lavoro che ero convinta di amare.

A quel punto decidevo che sì, mi sarei goduta i giorni di ferie da quell’istante in poi, senza più sprecare nulla. Qualche ora di pace e divertimento prima che iniziasse una nuova fase delle vacanze: quella del conto alla rovescia.

Mancano otto giorni e devo rientrare al lavoro, mi capitava di pensare mentre guardavo con invidia chi aveva ferie per tutto il mese. A pensarci bene ne mancano sette, precisavo, perché il viaggio di ritorno non è da includere nelle ferie. Ero rigorosissima in questi calcoli, volevo sapere quanti giorni di divertimento mi separassero dal ritorno a quel lavoro che ero convinta di amare e che fino a qualche giorno prima avevo faticato a lasciare.

Quello era il mio modo di divertirmi in ferie, pensate un po’. Un modo sciocco, direte. Lo dico anch’io, ma ci sono arrivata col tempo, quando ho provato a volgere lo sguardo all’interno di me stessa.  L’abitudine a qualcosa la rende irrinunciabile, insostituibile, difficile da lasciare anche in cambio di una cosa più bella. Il disagio del lasciare il lavoro per andare in ferie e di lasciare le ferie per tornare al lavoro aveva la stessa origine: una difficoltà di adattamento ai cambiamenti e la tendenza a costruire la mia identità attorno a una routine.

Risvegliarsi ridendo

Se vi dovessi dire quando mi sono risvegliata da tutto ciò, non saprei proprio rispondere. Una volta durante l’ennesima giornata di trekking ad alta quota che mi stavo rovinando con il pensiero che l’indomani sarei ripartita, mi sono sorpresa a ridere di me stessa, come se fossi di fronte a un film comico, di quelli che ti fanno uscire le lacrime. Risi tanto, anche di nascosto per non far preoccupare chi era con me.

Quando quella risata si esaurì, ricordo di essermi lasciata accompagnare dalla fatica che sentivo nei muscoli, dall’aria piena di ossigeno che si muoveva in tutto il corpo, dalla vista di forme e colori che il miglior artista del mondo non avrebbe saputo creare. Mi sembrava di respirare per la prima volta. Mi sentii grata per il solo fatto di essere lì, e quella gratitudine non aveva a che fare con il tempo che avrei trascorso in quel luogo. Aveva a che fare con quel momento. Quel preciso momento.

Da allora, so cosa è una pausa e so come onorarla. Per concedermela non ho nemmeno bisogno di tornare lassù. Se posso andarci ne sono felice, ma la vera bellezza era ed è in quella sintonia perfetta, nell’insight che ti fa sentire la differenza tra vivere e raccontarti la vita.