+39 349 4700295 katiusciaberretta@gmail.com
Tempo di lettura: 2 minuti

Perché gli esseri umani collaborano? La risposta più semplice è che lo facciano per trarne un vantaggio personale. Ciò che vorrei analizzare è la motivazione presente in noi quando cooperiamo pur sapendo che questo a lungo termine ridurrà il nostro beneficio personale. 

Da molti studi eseguiti coinvolgendo coppie di partecipanti che non si conoscevano in alcune varianti del gioco “il dilemma del prigioniero”, è emerso che nel 61% dei casi le persone preferiscono collaborare tra loro, pur sapendo che se non lo fanno guadagneranno di più a danno del partner. Ne parla in modo dettagliato il libro Social: Why Our Brains Are Wired to Connect” di Matthew Lieberman (Crown, 2013)

Con il supporto della risonanza magnetica funzionale si è osservato che, quando le persone scelgono di collaborare sacrificando il guadagno personale per il guadagno della coppia, risulta significativamente attivo nel cervello il Sistema di Ricompensa, area che include lo striato ventrale, attivo quando l’individuo percepisce il soddisfacimento dei suoi bisogni. Questo sistema risulta molto più attivo con la scelta della collaborazione piuttosto che con il guadagno dell’intera posta ai danni del partner. Lo striato ventrale è quindi più sensibile alla somma totale guadagnata dai due giocatori che al tornaconto personale.

Si potrebbe pensare che la scelta di collaborare sia mossa dal senso del dovere, per il rispetto di una norma sociale. Se fosse così, ad attivarsi maggiormente sarebbe la parte laterale della corteccia prefrontale, dove risiede l’area in grado di inibire i nostri desideri. Il fatto è che nello studio eseguito questo fenomeno non si è registrato. La forte attivazione dello striato ventrale evidenzia che l’individuo sceglie la collaborazione seguendo la sua reale preferenza. Non è sorprendente?

La mutua cooperazione è quindi un grande rinforzo, che fisiologicamente percepiamo come la soddisfazione di un nostro bisogno primario.

Questo fa pensare che le azioni egoistiche non siano mosse da veri bisogni dell’essere umano, nonostante siano tanto diffuse al punto da essere a volte percepite come normali. A ben rifletterci, a me sembra che l’egoismo sia figlio della paura e di conseguenza capace di generare nell’essere umano profonde sofferenze. Egoismo vuol dire isolamento, vuol dire resistenza alla vita, vuol dire morte nel suo significato atavico. La connessione sociale invece è un bisogno riconosciuto come primario, lo abbiamo visto in letteratura e in tante occasioni.

Con la lente della consapevolezza si può far luce sulla paura e, di conseguenza, sull’egoismo che cresce per difenderci dagli altri, e non ha altro risultato che farci sentire separati. Vedendo tutto questo ogni volta, coltivando una mente paziente e fiduciosa, possiamo contattare i nostri bisogni autentici, tra cui curarci delle connessioni sociali e della collaborazione, che ci fa sentire così bene. Credo sia l’unico modo per non rimanere intrappolati nelle storie che la nostra teoria del “chi siamo noi” quotidianamente ci racconta. La fatica più grande che l’essere umano compie è quella di opporsi alla sua natura. Voi cosa ne pensate?