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A quanti ragazzi è capitato o capita di sentirsi negati per una certa materia? Questo essere negati inizia con frasi ripetute a scuola, a casa, con gli amici o i parenti, e diventa col tempo un vestito su misura prima, un segno indelebile sulla pelle dopo, come un grosso tatuaggio in grado di definire chi siamo e stabilire i confini delle nostre capacità.

A volte, non molto spesso, durante il percorso scolastico cambia qualcosa – un insegnante va in pensione, un trasferimento improvviso in un’altra città, la decisione di proseguire con altri orientamenti di studio – e questo essere negati smette di essere una tesi inconfutabile. A me è successo proprio questo.

Tutto è iniziato da un 3 in matematica

Frequentavo il terzo anno del liceo scientifico, poco meno di trentacinque anni fa, quando mi pentii di avere scelto quella scuola. Nonostante in terza media gli insegnanti mi avessero incoraggiato a scegliere liberamente perché potenzialmente in grado di intraprendere qualunque tipo di studi, e nonostante i primi due anni di liceo fossero andati molto bene, in pochi mesi realizzai di essere negata per la matematica. Un 3 in un compito in classe è una prova difficile da far cadere anche se la tua autostima è abbastanza alta. Fu un vero shock.

In famiglia mi era stato riconosciuto un ruolo preciso: ero brava, soprattutto in matematica. Fare i conti con quella nuova definizione di me – una che prende 3 è una capra – non fu per niente facile. Era nata già forte, come se anni di buoni risultati non valessero più nulla.

Nonostante desiderassi porre fine a quell’umiliazione, decisi di non cambiare scuola. Provai ad adattarmi all’essere negata per la matematica, cercando consolazione nelle altre materie. Concentrai le mie forze per assicurarmi in matematica il minimo per essere promossa. Col passare dei mesi persi interesse. Non fui rimandata, ma di quel periodo ricordo quasi solo la frustrazione.

Cercavo di non pormi domande per non soffrire delle risposte troppo facili. Ho ridefinito me stessa sulla base dei nuovi risultati. Non riuscivo a trovare il senso di ciò che studiavo così svogliatamente.

Mi venivano date delle formule da applicare, come verità a cui credere. Provavo a memorizzarle e a creare delle categorie mentali in cui poterle collocare, sulla base degli esempi che mi venivano presentati. Ma erano sempre diversi e io entravo in crisi in ogni occasione di verifica. A volte andava bene per pura fortuna, altre volte no.

Quando l’insegnante di matematica lasciò la scuola per trasferirsi in un’altra città, quasi mi dispiacque. Ormai mi ero abituata a lei, non desideravo che se ne andasse.

La nuova insegnante, giovane e dall’aria severa, diede un nuovo scossone alla mia identità di studentessa negata per la matematica. Spiegava in un modo talmente diverso, parlava alla mia mente restituendole il senso di quelle formule. Un giorno mi accorsi che non c’era più bisogno di cassetti in cui chiudere quei metodi. Esistevano invece ragioni logiche e associazioni, tutte disponibili e pronte a ridurre il mio sforzo rendendo lo studio più facile.

Una nuova identità: la terza

Compresi che amavo quella più di tutte le materie. Mi sono poi laureata proprio in matematica, con 110 e lode. In un certo senso devo ringraziare anche la mia vecchia insegnante perché ho potuto vedere che ciò che mi faceva soffrire di più era dovermi comportare in modo coerente con l’identità che mi ero cucita addosso.

Negli anni ho compreso che nessuna delle due definizioni – essere brava o negata in matematica – racchiudeva l’universo delle mie possibilità.

Restare prigionieri di una identità che, come abbiamo visto, non è persistente rappresenta la più grave forma di cecità per un essere umano.

Avete idea di quanto sia liberatorio assimilare noi stessi a sistemi viventi che fluiscono con la vita e ne prendono la forma del momento, piuttosto che farci scudo con ciò che sappiamo di noi e che, per la fragilità tipica delle strutture rigide, in qualunque momento può sgretolarsi?

fluire con la vita

La mente è un terreno che si può coltivare a ogni età. Ciò significa far crescere quelle qualità di cui siamo dotati ma che nel corso della vita si atrofizzano facilmente, quando costruiamo delle immagini di noi stessi ristrette, avvitate intorno alle abitudini che ci danno sicurezza.

Lasciare andare il mondo delle abitudini, o almeno non permettere che dia forma al nostro modo di percepire la realtà, è un passo che ha bisogno di un buon allenamento.

Le identità che assumiamo attraverso le nostre esperienze di vita sono tanto comode quanto limitate; servono a uscire dalla minacciosa e spesso intollerabile incertezza del non sapere chi siamo.

Assumendo un’identità come ad esempio “quello bravo in matematica” ci diamo delle risposte che assumiamo essere certe. Il prezzo che paghiamo è quello di procedere senza vedere, in un mondo in cui vedere chiaramente è una necessità non negoziabile, per cogliere le possibilità che ogni momento di vita offre.

Imparare ad apprendere e ad insegnare

L’apprendimento e l’insegnamento hanno da sempre un ruolo centrale nella mia vita di persona adulta. E le esperienze giovanili mi hanno reso ancora più sensibile a certe difficoltà. I programmi che conduco, le sessioni di Mindfulness in vari contesti – educativo, individuale, aziendale -, le consulenze per la formazione, il lavoro con le mappe mentali, così come la scrittura, sono tutte esperienze che hanno in comune la stessa energia vitale: quella di essere per le persone il facilitatore di un processo naturale che rende la mente libera e piena di possibilità.

Qualsiasi cosa si insegni, il fuoco che arde sotto lo sforzo è sempre la relazione con le persone, il gioioso sforzo di trovare il modo più efficace di trasmettere qualcosa, il desiderio di coinvolgere e soprattutto la disponibilità. Si tratta di qualità della persona e prescindono dall’argomento che si insegna.

Ho scelto di raccontare l’aneddoto della matematica nell’introduzione del mio libro Il Genio Dentro (Bruno Editore, 2019) perché molte persone hanno avuto e hanno ogni giorno esperienze simili. Non c’è nulla di sbagliato né nulla di giusto. C’è molto da conoscere. Serve tempo, curiosità e pazienza.