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Il vero leader è vulnerabile

Il vero leader è vulnerabile

Tempo di lettura: 3 minuti

Essere o fare il leader?

Se un leader ricopre una certa posizione, è molto probabile che sappia ottenere risultati, un lavoro svolto correttamente e nei tempi richiesti. Ma perché un leader si distingua per le sue qualità e sia davvero riconosciuto come tale, non può ridursi ad avere esclusivamente abilità nel fare. Il suo modo di essere è fondamentale, al punto da influire significativamente sulle sorti di una azienda.

Ne parla il bellissimo libro Real Happiness at Work di Sharon Salzberg (Workman Pub Co – 31 dicembre 2013) che affronta il tema della leadership e del lavoro interiore necessario per la vera crescita di una organizzazione. Anche oggi pubblico un contenuto ispirato a questa grande autrice.

Le capacità di vedere, di cogliere, di ascoltare sono ingredienti essenziali perché emerga la connessione, qualcosa che ci permette di crescere come individui, di svolgere un lavoro migliore, di approfondire le relazioni con i colleghi, di essere aperti al cambiamento e flessibili nelle nostre aspettative.  Senza queste qualità, perfino il leader più talentuoso può perdere delle grandi occasioni, impedendosi di realizzare il suo pieno potenziale e quello delle persone che dirige.

I più grandi condizionamenti

Una delle cause che più comunemente conducono al burn-out è la convinzione di dover avere un maggiore controllo sui colleghi, sui capi, sui clienti, sulle attività, sugli eventi, per avere la garanzia di non incontrare l’insuccesso.

D’altra parte, qualsiasi lavoro è inevitabilmente soggetto a imprevisti, delusioni e fallimenti e prima o poi li produrrà per chiunque. Come rispondiamo a tutto ciò è una nostra scelta.  Questo non è un invito a una deresponsabilizzazione o a un atteggiamento superficiale verso la capacità di prevenire gli errori. È solo un invito a comprendere che non tutto è sotto il nostro controllo e che l’eccellenza non è fondata sulla totale assenza di insuccessi.

La capacità di comprendere, accettare e ricominciare ogni volta è l’essenza della meditazione di consapevolezza. Ogni volta che ci sediamo in meditazione stiamo ricominciando. Ogni opportunità di interrompere l’assalto furioso della catena di pensieri che si formano intorno all’insuccesso, creati dall’illusione che il controllo degli eventi avrebbe dovuto impedirci di fallire, è un momento di vero risveglio. È proprio su questo che si fonda la resilienza, una delle qualità essenziali per l’eccellenza nel lavoro, e nella vita.

Esistono leader focalizzati esclusivamente sul proprio successo personale, che ignorano le necessità e le aspirazioni delle persone che lavorano con loro. Possono essere brillanti, molto dotati dal punto di vista cognitivo, ma spesso appaiono arroganti, ossessionati dai profitti, dalla loro reputazione, dalla carriera, dal potere, dallo status sociale. Qualcuno usa il suo lavoro come “armatura” per proteggersi dagli attacchi degli altri.  Per tutta la vita si nasconde dietro questa maschera di autorità e finché non la perde, a seguito di un fallimento o di un licenziamento, non realizza quanto questa trappola sia potente. 

La resa, una soluzione semplice ma non facile.

Riconoscere di non essere invincibili permette di lasciar andare il giudizio per dare spazio alla vera cura: la compassione. Coltivando la capacità di vedere, si comprende quanto rapidamente le cose cambino e ci si prende meno sul serio. Riconoscere la propria vulnerabilità e la responsabilità verso i collaboratori scioglie ogni arroganza e lascia il posto alla connessione, la più grande fonte di forza per chiunque e per ogni organizzazione.

La resa può essere un segno di vera forza, per i leader e per chiunque, in qualunque ruolo. La maggior parte di noi è forse abituata a pensare alla resa come l’espressione di una debolezza, completamente distante da ciò che si immagina associato alla leadership. In realtà, la resa, come capacità di lasciar andare il controllo ego-centrato, è una delle competenze più importanti per una leadership di successo. Ciò ricorda un vecchio adagio Zen secondo cui il maestro esiste non per crogiolarsi nella ricerca egoica del proprio successo personale, ma per servire gli studenti, aiutandoli a eccellere. 

Quando realizzano questo, le persone collaborano a creare ambienti professionali dove i lavoratori si sentono valutati piuttosto che dominati, incoraggiati e coinvolti piuttosto che costretti. E gli effetti si vedono in ogni campo.

Attraverso la pratica di consapevolezza si vede più chiaramente quando l’attenzione e l’azione sono ego-centrate, si comprende come, per i leader e per i normali impiegati, la compulsione dei risultati che guida la nostra società possa facilmente accecare le persone di fronte alla verità dell’interconnessione, precludendo loro la pace nel lavoro e nella vita.

Io non sono il mio lavoro

Io non sono il mio lavoro

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Lavoro e status sociale

È molto facile per chi lavora, soprattutto oggi, identificarsi con il proprio ruolo professionale, con la posizione ricoperta all’interno di una organizzazione, specialmente in contesti competitivi come quelli in cui moltissimi di noi vivono. 

Da un lato il lavoro offre varie possibilità che influiscono positivamente sulla qualità di vita delle persone: nuove opportunità di amicizia, l’appartenenza ad un gruppo, la soddisfazione di contribuire alla realizzazione di un obiettivo, la gioia di essere parte di qualcosa che esprime uno scopo più alto, significativo per la comunità. Tuttavia, nonostante tali benefici, è davvero molto rischioso per una persona fare del lavoro la propria ragione di vita.

Diversi ruoli professionali non garantiscono lo status sociale che il nostro ego potrebbe desiderare per proiettarsi nel mondo.  C’è quindi da domandarsi cosa fare quando il lavoro non ci riconosce la soddisfazione che ci aspetteremmo. Come possiamo sentirci quando gli altri ci trattano in base al ruolo che ricopriamo invece che come esseri umani completi? 

Ne parla Sharon Salzberg nel suo libro Real happiness at work, una chiara illustrazione di come la pratica di consapevolezza possa nutrire la nostra vita lavorativa e restituirci la gioia di una realizzazione, a prescindere dal ruolo che ricopriamo. E questo non ha nulla a che vedere con la rassegnazione o la rinuncia a crescere professionalmente. La rassegnazione è un senso di impotenza, carico di avversione, che nutre emozioni difficili e genera sofferenza. Il libro della Salzberg invece parla di una vera realizzazione della persona, che non dipende dalla condizione lavorativa. Una mente capace di compiere un tale passaggio è libera, spaziosa, in grado di operare delle scelte quando se ne presenta l’opportunità. Una mente identificata con l’insoddisfazione di una condizione lavorativa tende a cristallizzarsi intorno a un ruolo, e col tempo costruisce la sua prigione. Conosco persone terribilmente insoddisfatte del loro lavoro che hanno rifiutato nuove opportunità perché non si sentivano adeguate a ricoprire un ruolo diverso.

lavoro-insoddisfacente

Da dove osserviamo?

E se provassimo per un istante a cambiare prospettiva?

Come tutte le condizioni che non ci piacciono o che in qualche modo minano l’immagine che abbiamo di noi stessi, un lavoro non gratificante ci rende insoddisfatti e a volte frustrati, ma può offrire l’opportunità di lavorare con le emozioni difficili, di praticare l’umiltà, di portare la consapevolezza sulla sofferenza generata dall’attaccamento allo status, dalla competitività e dalla costruzione dell’apparenza. A prescindere da quando amiamo od odiamo il nostro lavoro, possiamo sempre imparare dalle nostre risposte e usare queste esperienze per cogliere degli insight sul modo in cui il nostro stato mentale influisce sulla qualità di vita.

Questa può sembrare una amara consolazione, ma se compresa è in grado di portare un enorme beneficio: può rivelarci la nostra delusione verso noi stessi (se solo avessi una promozione avrei un maggiore valore come persona) e ci permette di aprirci alla verità, di comprendere cioè che il titolo, le responsabilità o i ruoli non hanno nulla a che vedere con chi siamo in realtà.

Questo disallineamento frequente, a volte inevitabile, tra quello che vogliamo e ciò che otteniamo ha una funzione vitale: ci ricorda dell’impermanenza, aiutandoci a dirigere la nostra attenzione verso ciò che davvero conta.

 

Delusioni e risvegli

In altre parole, quando sperimentiamo l’insoddisfazione al lavoro, cosa che prima o poi ci accade a prescindere dal ruolo che ricopriamo e dall’importanza della nostra posizione nella comunità, possiamo usare il risentimento che proviamo come opportunità di risveglio. Le delusioni possono permetterci di far luce sulla nostra reattività, sul modo in cui siamo soliti costruire sofferenza intorno alle esperienze che viviamo.

La consapevolezza ci permette di forgiare quotidianamente questo percorso interiore.  Realizzando che i nostri ruoli sono transitori, come del resto tutti i fenomeni, le condizioni e le relazioni, possiamo svolgere il lavoro al meglio delle nostre possibilità, senza che questo colori l’immagine che abbiamo di noi stessi od offuschi i nostri progetti di vita. 

L’ego e la paura di parlare in pubblico

L’ego e la paura di parlare in pubblico

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Tutti abbiamo paura

Chi ha paura di parlare in pubblico non deve sentirsi solo. Matthew Lieberman nel suo libro Social – Wired to connect  ci dice che la paura di parlare in pubblico è atavicamente connessa alla paura del rifiuto che, come sappiamo, genera un’esperienza dolorosa comunemente nota come dolore sociale. Il bisogno sociale, originariamente al terzo livello della piramide di Maslow, andrebbe ricollocato, secondo le neuroscienze sociali, proprio tra i bisogni primari.

Chi non ha paura di parlare in pubblico non è un alieno.  È generalmente abituato a integrare questa esperienza nella quotidianità. 

Cosa non fare?

Sforzarsi di non avere paura, cosa che invece si fa spesso, è il modo peggiore di occuparsi del problema. Per sua natura, lo sforzo ha l’effetto di comprimere. E quando lo spazio è angusto, quella paura lo riempie tutto e diventa totalizzante. Sforzarsi di restare calmi, quindi, non fa che aumentare l’ansia, e il messaggio che viene codificato all’interno è che la calma debba essere conquistata attraverso il conflitto.

La chiave, invece, non è nello sforzo ma nella curiosità. Conoscere, esplorare. Sentire nel corpo e nella mente di cosa è fatta questa paura aiuta a farle spazio.  Più volte la rivista Harvard Business Review è tornata a confermare che la curiosità permette di vedere le situazioni difficili in modo più creativo perché associata a reazioni da stress meno difensive.

Questo toglie potere alla paura. In un contenitore più ampio, anche un’esplosione rimane contenuta.   

La mia paura di presentare in pubblico

Da sempre per la mia professione mi trovo a dover parlare in pubblico, in Italia e anche all’estero. A maggio, ad esempio, ho tenuto negli Stati Uniti il discorso di apertura di una conferenza. 

Quando ricordo le prime volte, però, ancora rabbrividisco. Ero una perfezionista assoluta. Mi preparavo il discorso – parole, pause, battute -, creavo uno schema riassuntivo e una mappa mentale. Lo ripetevo a casa sforzandomi di apparire spontanea.  E dopo tanta fatica, non ero mai soddisfatta.

L'ego e la paura di parlare in pubblico

Le mie slide straripavano di informazioni perché tutti fossero impressionati dalle mie competenze. Arrivavo in aula col respiro corto, lo stomaco stretto e un implacabile, incessante stimolo a fare pipì. Facevo finta di niente, non salutavo,  sguardo basso, sistemavo il computer.

Quando tutto era pronto, sollevavo lo sguardo per dirigerlo oltre la platea, proprio al centro della parete di fronte. Un saluto di circostanza a tutti (e a nessuno) e poi via. Cuore in gola, voglia di essere altrove, paura delle domande che mi avrebbero fatto, paura degli sguardi. Le mie trattazioni erano lunghe, dettagliate, ineccepibili. Ed era questo il mio ideale di perfezione.  Una noia mortale, in realtà.

Concludevo con un ci sono domande? puramente di circostanza, sperando che nessuno alzasse la mano. Infatti, puntualmente, nessuno la alzava. Solo allora mi sentivo salva. Ogni volta lasciavo tutti a bocca aperta, tanto che le domande non erano necessarie. Così cercavo di raccontarmi l’esperienza. 

Quanto è utile secondo voi parlare in pubblico in questo modo?  

E allora, cosa si può fare? 

Nel pieno di un percorso di consapevolezza ho compreso qualcosa di importante: non mi ero mai chiesta perché presentassi quelle cose, né posta mai domande sulle necessità dell’audience. Non avevo guardato negli occhi le persone che seguivano le mie presentazioni. Non avevo mai chiesto a loro perché fossero lì. Non li avevo mai incontrati davvero. Li vedevo come giudici severi, pronti a colpirmi. Interamente focalizzata sulla performance, sotto i riflettori del mio critico interno, delle persone mi dimenticavo completamente. A chi e a cosa è servita quella ‘perfezione’?  Io direi  a nessuno e a niente. Una enorme spreco di tempo, di energie, di materiale.

Negli anni ho compreso che ciò che più mi motivava era dimostrare. E odiavo quel lavoro. Pian piano ho cominciato a chiedermi: e se le persone avessero veramente bisogno di queste lezioni? Cosa portano a casa dopo avermi sentito parlare? Forse speravano di lavorare meglio dopo la mia lezione. Era possibile che a loro non importasse molto della mia bravura. Magari speravano solo che potessi aiutarli a comprendere meglio certi concetti. E sarebbero andati a casa soddisfatti, dimenticando me e lavorando con le conoscenze apprese.

Ma avevo paura delle loro domande perché tutto il mio discorso era preparato in anticipo.  Non potevo certo rischiare di dire non lo so. Sarebbe stato umiliante

Man mano che questi dubbi si facevano strada dentro di me, ho iniziato a pormi in modo diverso, assumendomi qualche piccolo rischio. Durante la preparazione della presentazione, ho cercato di capire il background e le necessità dell’audience – non sempre questo è possibile. Iniziai col creare un set minimo di slide per la parte essenziale, asciugandole molto:  poche parole scritte, immagini semplici da comprendere e da ricordare. Ne preparai anche altre più specifiche di riserva.  Mi preparai bene sui temi da trattare ma tracciai solo la mappa mentale e decisi di non scrivere il discorso. 

Che risultati! 

Andai in aula e salutai tutti con un sorriso, ringraziandoli di essere venuti. La paura era lì con me. Poi sistemai il computer. Quando tutto era pronto, cominciai subito a coinvolgerli: qualche domanda generale per saggiare le loro aspettative e necessità. La paura era sempre lì, ma c’erano anche le loro facce, i sorrisi di alcuni, la loro presenza, il tempo che avevano deciso di dedicare ad ascoltarmi.  Rispettai la struttura di base per la lezione, dando risalto agli argomenti in base alle domande e al dialogo. Avevo la competenza per rendere la lezione flessibile, e lo feci.

La presentazione fu decisamente imperfetta, e il mio critico interno più crudele che mai. Una sessione tutt’altro che lineare, ma le persone in aula non smettevano di fare domande. Mi chiedevano materiale, consigli, spunti per l’approfondimento. Qualcuno mi contattò giorni dopo la presentazione per dirmi che stava usando ciò che aveva imparato da me, altri per chiedermi se avevo n programma altre presentazioni o approfondimenti. La mia paura e il mio critico interno non sono mai svaniti ma ho  imparato a sorridere anche a loro. Avete presente un bambino che urla? Se lo fa in un ascensore è devastante per i vostri timpani. Se invece lo fa in uno spazio ampio come uno stadio, si sente, certo,  ma non c’è bisogno di tapparsi le orecchie. Gli si può sorridere, si può anche non respingerlo. E poi pian piano urlerà sempre di meno.

C’è sempre qualcosa in più oltre a ciò che siamo disponibili a vedere. Questo è il mondo di possibilità che solo una mente spaziosa è in grado di offrire. Insieme alla paura c’è la nostra intenzione di condividere, c’è la nostra preparazione, forse anche qualcuno a cui chiedere aiuto. 

E se non so rispondere? 

Cosa accade se proviamo a permettere a noi stessi di non conoscere una risposta?

Possiamo parlare in pubblico lasciando che la paura ci sia, senza alimentarla; senza affogare nei contenuti della mente. Alle persone non importa se sappiamo o non sappiamo rispondere. A loro importa che le mettiamo in condizione di avere l’informazione che chiedono. Basta un semplice grazie per la domanda, controllo e ti rispondo più tardi (o dopo la lezione).  Questo è un problema per il critico interno, non per le persone. 

Approfondisco questo e altri temi  nel mio libro “Il Genio Dentro”

Ne parlo, quindi sono

Ne parlo, quindi sono

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Un discorso nato anni fa

Mi torna spesso in mente la riflessione condivisa da Umberto Eco nel suo discorso all’Università di Torino, quando gli fu consegnata una laurea honoris causa in Comunicazione e cultura dei media. Era il 2015. Ancora oggi questa riflessione viene usata, o probabilmente strumentalizzata, come baluardo di un movimento che vorrebbe limitare la libertà di espressione nel mondo. Ho voluto riascoltare quel discorso parola per parola e davvero non riesco cogliervi una intenzione repressiva. Non si può certo negare che il mondo di internet, in particolare quello dei social, nel promuovere connessioni, collaborazioni al di là di distanze, superando differenze culturali, abbia dato voce anche a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società.

Ma siamo davvero convinti che sia chi parla a danneggiare la società?

Tutti parlano di tutto

Avete notato che, con rare apprezzabili eccezioni, oggi la diffusione di informazioni su qualunque tema non richiede più alcuna competenza in materia? A me sembra che in nome del diritto di parola, che considero sacrosanto, tutti si sentano legittimati a offrire al mondo del web la loro voce più che i loro contenuti. L’effetto primario di questo fenomeno è che per trovare delle informazioni attendibili bisogna cercare in un oceano di contenuti, molti dei quali sono trash. E allora che facciamo? Interveniamo con la censura?

Quando si superano certi limiti e si scade nella violenza, nell’insulto o nella minaccia, sono convinta che si debba intervenire con dei provvedimenti precisi, così come si interviene, o almeno si dovrebbe intervenire, nel ‘mondo reale’. Per il resto non credo affatto che qualcuno possa permettersi di dire a qualcun altro di non parlare, di non esprimere il proprio punto di vista su un tema. E non credo affatto che un premio Nobel abbia più diritti di un ignorante. A mio avviso, ciò che fa la differenza non è il diritto di parola, ma piuttosto l’autorevolezza nel campo. Non siete d’accordo? 

Tutti credono a tutto

La soluzione che mi sembra più urgente per far prevalere contenuti di qualità non è certo fermare chi parla ma piuttosto sensibilizzare le persone perché non credano a tutto ciò che leggono. La mia generazione è abituata a considerare notizie le informazioni diffuse dai media. Questo non perché a quei tempi si fosse persone migliori e oggi stupidi, ma perché il processo di pubblicazione di una notizia era più lungo e articolato. I media erano un mondo controllato e, a parte le evidenti colorazioni politiche ben presenti anche allora, i fatti raccontati erano fatti. Venivano chiamate a esprimersi su un tema le persone considerate esperte, non chiunque.

Oggi tutto è completamente diverso a partire dal concetto di media. E fate attenzione perché con il termine diverso non voglio intendere che sia peggiore o migliore. Sto solo sottolineando che oggi serve una maggiore attenzione.

Il mondo dei media oggi

Il vecchio processo controllato di diffusione delle informazioni ha creato in passato delle classi di baroni il cui punto di vista non poteva essere discusso. Le persone cosiddette comuni non erano abilitate a parlarne se non al bar. In quel mondo magari persone altrettanto autorevoli – o anche di più – ma non ben inserite, non hanno trovato voce. Forse alcuni contenuti brillanti sono stati anche censurati, chi poteva controllarlo? Che cosa si aveva in mano per poter far sentire la propria voce alle cosiddette masse? Vista da questa prospettiva, la situazione non sembra peggiorata, anzi. Oggi tutti possono parlare a migliaia o perfino a milioni di persone. Tutti hanno le stesse possibilità, dal premio Nobel all’ultimo ignorante. Nel mondo di oggi diventi barone attraverso l’autorevolezza che sei stato capace di costruirti: non solo studiando o facendo esperienza ma anche attraverso la capacità di trasmetterla. Oggi non esiste più nulla di indiscutibile e questo, a seconda della prospettiva da cui guardiamo la situazione, può rappresentare il paradiso o l’inferno. 

Tutto ha un prezzo

La domanda che mi pongo più spesso è questa: perché ogni volta che qualcuno – un politico, un professionista, un concorrente, o anche un millantatore – parla alle ‘masse’ vantando competenze che non ha, o diffondendo pseudo-informazioni, o parlando a sproposito di qualcosa, e malauguratamente viene ascoltato più di noi, ci indigniamo accusando i social di essere un immondezzaio e le persone di essere decorticate?

Oggi tutti hanno a disposizione ogni mezzo per verificare le informazioni, per riferirsi a fonti autorevoli e per confrontare le fonti. E sono anche liberi di seguire, applaudire o premiare con il loro consenso chiunque.

Il problema qual è? Se seguono me o la pensano come me sono intelligenti altrimenti sono ignoranti? Questa è la spiegazione più comoda per chi si erge a barone. Se una persona oggi non ha il seguito che si aspetta, le cause deve cercarle nelle sue capacità di creare e trasmettere conoscenza, non nella stupidità delle persone sui social o nel comportamento del web. Allora c’è da porsi un’altra domanda: se non sai trasmettere ciò che conosci, sei sicuro di conoscerlo così bene? Se accedi a questo mondo, pieno di possibilità e allo stesso tempo spietato, non puoi permetterti di essere snob e guardare tutti dall’alto del tuo blasone. Ho visto tanti concetti stupidi diventare virali, è vero, e questo è il prezzo della libertà; ma qual è il problema? Quando le persone si affezionano a qualcosa di sciocco è probabilmente perché in giro non c’è altro che incontri le loro necessità di quel momento. Ma quando le persone sono ispirate, allora sì che rispondono, partecipano, si prendono delle responsabilità, ti seguono. Non offendere la loro intelligenza e soprattutto non sopravvalutare la tua perché le conseguenze poi le paghi tu. 

La consolazione che non consola

Se una classe politica che non ci piace, qualunque essa sia, vince democraticamente le elezioni, di chi è la colpa? Dei vincitori che sono manipolatori, della stupidità delle persone a cui si dovrebbe negare il diritto di voto, o dei traditori all’interno del partito? Non è forse di chi le ha perse perché nonostante si percepisse più onesto, competente e intellettualmente superiore, non è riuscito a trasmetterlo in modo credibile? Faccio questo esempio proprio perché a me la politica non interessa, quindi posso parlarne col giusto distacco senza scatenare le ire di nessuno. Mi diverte vedere persone analizzare risultati disastrosi sempre con gli stessi occhi, con gli stessi BIAS di conferma, che non le portano da nessuna parte. E la politica non è il solo ambito in cui cose di questo tipo accadono. 

Che si fa?

Rem tene, scripta sequentur, diceva Catone il Censore. Credo che se ne possa trarre un invito importante per tutti noi: se padroneggi davvero qualcosa, il modo di esprimerlo e di trasmetterlo verrà da sé. E aggiungo che le persone se ne accorgeranno, a patto che ne rispetti le necessità. E per fare questo, i riflettori devi tenerli sul tuo lavoro. La strada per essere autorevole non passa attraverso la censura, solo la paura lo fa.

La mindfulness come la senape

La mindfulness come la senape

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Partiamo da lontano

Il titolo di questo articolo vi sembrerà strano. Eppure credetemi, ha perfettamente senso. Poco tempo fa riflettevo su un libro di marketing che mi ha molto colpito, La Mucca Viola di Seth Godin, e un particolare esempio mi ha fatto pensare proprio alla Mindfulness.

Seth Godin ci offre un bel ragionamento lineare confrontando la senape con le salse piccanti. Soprattutto negli Stati Uniti, la senape è un prodotto molto diffuso. Lo troviamo su tutti i tavoli, in ogni locale, e se ci chiedessero chi sono i vari produttori probabilmente entreremmo in crisi. Certe salse piccanti invece sono pensate per veri estimatori. Ciascuna ha le sue caratteristiche peculiari adatte a chi ama specifiche combinazioni di sapori.

Senape vs salsa piccante

In diversi paesi da qualche decennio si è sviluppato un vero e proprio culto delle salse piccanti. Alcune persone le comprano quando vanno in viaggio, altre le acquistano sul web, ne parlano, scrivono feedback, si scambiano opinioni. Capita spesso di sentire qualcuno al ristorante chiedere di quella specifica salsa, con quel nome, fatta da quel produttore. Eppure i consumatori di salse piccanti sono numericamente inferiori (e di tanto!)  rispetto ai consumatori di senape.

Avete mai sentito qualcuno al ristorante chiedere al cameriere di portargli al tavolo una marca specifica di senape? Io giurerei di no. La senape è la senape, dicono i più. E se anche un piccolo produttore distribuisse una senape di grande qualità rispetto alla media, nessuno se ne accorgerebbe.

La mindfulness somiglia alla senape

A me sembra che la Mindfulness, almeno in Italia, sia diventata simile a ciò che la senape è da tempo  negli Stati Uniti. La troviamo ovunque, insegnata da chiunque. Moltissimi poveri avventori, troppi direi, non sono in grado di riconoscerne la qualità perché si affidano alla prima insegna che vedono con la scritta Qui si fa Mindfulness. Eppure ci sono differenze enormi tra gli istruttori, differenze di competenza, di esperienza e anche differenze di natura etica.

Sono felice se tutti i professionisti dei vari campi riescono a trovare una loro forma di espressione e si guadagnano un posto in questo complesso mercato, soprattutto se le loro intenzioni  non sono solo speculative, ma il fatto che la formazione  per insegnare la Mindfulness non sia obbligatoria rende questo terreno una sorta di Far West, con evidenti conseguenze sulla qualità. Molti tengono protocolli e addirittura corsi di formazione avendo letto qualche libro o avendo seguito qualche programma, o solo perché ritengono che la loro professione li abiliti automaticamente all’insegnamento della Mindfulness.

Il far west della mindfulness in Italia

La formazione per condurre protocolli di Mindfulness richiede anni di pratica, studio, partecipazione a programmi, supervisioni con professionisti riconosciuti, esami, certificazioni ufficiali. Parlando del protocollo più comune, l’MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction), in Italia solo cinque istruttori sono stati certificati dal Center for Mindfulness – University of Massachusetts Medical School, dove l’MBSR è nato da Jon Kabat-Zinn nel 1979.  Pochi altri si sono formati e certificati in altre università che hanno una lunga tradizione in questo campo. Parecchi invece  (qualche centinaio)  hanno seguito solo i corsi senza mai sottoporsi alle supervisioni né agli esami, ma nel curriculum scrivono genericamente di essersi formati con il Center for Mindfulness senza dire che sono istruttori in-training. Alcune persone  si sono formate in scuole italiane credibili, che hanno una lunga tradizione (ce ne sono poche, ma ci sono). Tutti gli altri, e garantisco che non sono pochi, insegnano  senza essersi formati affatto o avendo seguito un corso di qualche giorno.

In questi anni ho  incontrato fiumi di persone che hanno seguito degli MBSR completamente diversi, nella forma e nel contenuto, rispetto al vero MBSR. E hanno praticato tutto fuorché la Mindfulness, stando al racconto della loro esperienza.  E ciò deriva dal fatto che ciascuno di questi  insegnanti autocertificati ha trasmesso la sua idea (o più spesso il suo fraintendimento) della mindfulness a quei poveri malcapitati. E così facendo guadagna dei soldi, vanta la Mindfulness sulle sue locandine, si sbraccia nel cieco tentativo di imporsi sul mercato senza rendersi conto che su questo terreno non sa camminare, e rischia di far perdere credibilità anche al resto della sua offerta. E le conseguenze le pagano sempre i clienti.

Informare è necessario

Ho deciso di scrivere questo articolo non per aggredire certi ‘colleghi’; in fondo tutto questo teatrino va avanti da anni e devo dire che a me non ha mai arrecato alcun danno. Piuttosto mi ha involontariamente aiutato a rendere evidente la differenza. Oggi scrivo solo per i consumatori.  Se la senape va bene qualunque sia la marca perché il sapore e la funzionalità sono gli stessi in ogni ristorante, su ogni tavolo e in ogni panino, la mindfulness non è così. Cambia tantissimo a seconda del produttore,  cambia di ristorante in ristorante, di tavolo in tavolo  e di panino in panino.

Invito i consumatori di Mindfulness-senape a diventare invece appassionati di Mindfulness-salsa piccante. Alle persone che vi propongono corsi chiedete quale istituto li riconosce istruttori, che percorsi hanno fatto per insegnare i protocolli, quali supervisioni. Scegliete corsi di Mindfulness proposti da persone specifiche. Quelle persone probabilmente non vi verranno a cercare per vendervi il corso, non ne hanno bisogno. Siete voi che dovrete cercare loro. Fate come quelli che al ristorante chiedono la salsa piccante di quello specifico produttore. E se non c’è, aspettate, non vi accontentate. La differenza è enorme, potete esserne certi.

Di senape ne trovate a fiumi ovunque, mentre di quell’ottima salsa piccante vi bastano poche gocce per fare la differenza. Dovete sapere dove trovarla. Cercatela, e farete un  regalo a voi stessi.