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Molti di noi ritengono che i nostri grandi cervelli si siano evoluti per amplificare il ragionamento astratto e con esso risolvere i problemi di base, a vari livelli di complessità, della sopravvivenza. Evidenze scientifiche  indicano invece la coltivazione delle qualità sociali come causa principale di questo fenomeno. Alcuni animali hanno cervelli di dimensioni più grandi di quanto le dimensioni del loro corpo richiedano per il mantenimento delle funzioni di base. Noi ne siamo l’esempio più lampante. Nasciamo con un cervello che si completa con la nostra crescita.

Sull’encefalizzazione, la capacità del cervello di fare di più rispetto al controllo del corpo, gli esseri umani sono i vincitori indiscussi: in essi tale dimensione coinvolge significativamente la neocorteccia.  Avere un cervello grande comporta un grosso costo in termini di energia,  è quindi naturale chiedersi a cosa serva. Studi antropologici e neuroscientifici confermano che il miglior fattore predittivo di tali dimensioni è la capacità sociale. 

Questo permettebbe di concludere che la nostra neocorteccia sia cresciuta di più principalmente per consentirci di vivere in gruppi più grandi. E vivere in gruppi grandi è una vera impresa!

Di sicuro è più facile proteggersi e cercare cibo, ma è anche probabile che si creino competizioni e lotte. È necessario avere forti abilità sociali e formare alleanze che funzionino per gestire queste complesse dinamiche. Gli individui devono tener traccia di una grande quantità di informazioni che riguardano lo status degli altri componenti del gruppo rispetto al loro, ma anche lo status di ciascun componente rispetto agli altri. Più il gruppo è grande, più significativamente cresce la quantità di dati.  La nostra neocorteccia ci permette di vivere socialmente attivi  in gruppi che contengono fino a 150 individui, un primato per la specie umana,  in grando di tener traccia delle 10000 posssibili combinazioni di ranghi. Ne parla in modo esaustivo il bellissimo libro “Social: Why Our Brains Are Wired to Connect”  di Matthew Lieberman  (Crown, 2013) che consiglio a tutti di leggere.

Altro aspetto da considerare, ben descritto nel libro, è che la Default Mode Network – la rete di aree cerebrali attive quando il cervello è a riposo – ha una grossa parte in comune con la Social Cognition Network –  la rete associata alla cognizione sociale. Madre natura sembra aver cablato il cervello perché trascorra molto del suo tempo libero nella cognizione sociale, soffermandosi cioè sulla relazione tra noi e gli altri. Noi siamo sempre al centro del nostro universo, ma non c’è sempre qualcun altro con noi, o intorno a noi, ad animare le nostre elucubrazioni? Spesso il pensiero si avvita nel cercare di capire cosa pensano gli altri, cosa sentono. Una sorta di mentalismo naturale. Nel nostro immaginario, quindi,  le persone non sono oggetti di arredamento a guarnizione dei nostri pensieri, ma sono vive, interagiscono e sono per noi essenziali. Ecco perché a seguito di un reale o percepito danno alle nostre connessioni con gli altri soffriamo veramente. E non si tratta di sofferenza astratta, soffriamo come si soffre per un dolore fisico. Sempre nel testo di Lieberman troviamo che il cosiddetto ‘dolore sociale’ produce in noi una attivazione significativa della corteccia cingolata dorsale anteriore proprio come avviene nel dolore fisico. È quella parte del cervello che ci fa percepire l’aspetto emotivamente stressante del dolore.

Quando si rompe una relazione, o quando ci sentiamo esclusi, o subiamo una perdita, può capitare che non permettiamo a noi stessi di soffrirne perché non riconosciamo la legittimità di quel dolore rispetto all’esperienza di un dolore fisico. In questo modo al dolore sociale aggiungiamo la sofferenza di negarlo, e il risultato è che soffriamo di più.  Se ci chiedono di ricordare il peggior momento della nostra vita, quasi sempre riportiamo un episodio di dolore emotivo. Non è così?

A me sembra che la pratica di consapevolezza possa assumere un ruolo fondamentale  nel riconoscere il dolore sociale come reale quando ci capita di farne esperienza, e di liberarlo dal peso enorme dei giudizi che ce lo fanno percepire come qualcosa di irreale con le sembianze di un segno di debolezza. Si tratta di entrare nel vivo del nostro essere umani ed è un modo delicato e potentissimo di prenderci cura delle nostre relazioni. Voi che ne pensate?