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Il vero leader è vulnerabile

Il vero leader è vulnerabile

Tempo di lettura: 3 minuti

Essere o fare il leader?

Se un leader ricopre una certa posizione, è molto probabile che sappia ottenere risultati, un lavoro svolto correttamente e nei tempi richiesti. Ma perché un leader si distingua per le sue qualità e sia davvero riconosciuto come tale, non può ridursi ad avere esclusivamente abilità nel fare. Il suo modo di essere è fondamentale, al punto da influire significativamente sulle sorti di una azienda.

Ne parla il bellissimo libro Real Happiness at Work di Sharon Salzberg (Workman Pub Co – 31 dicembre 2013) che affronta il tema della leadership e del lavoro interiore necessario per la vera crescita di una organizzazione. Anche oggi pubblico un contenuto ispirato a questa grande autrice.

Le capacità di vedere, di cogliere, di ascoltare sono ingredienti essenziali perché emerga la connessione, qualcosa che ci permette di crescere come individui, di svolgere un lavoro migliore, di approfondire le relazioni con i colleghi, di essere aperti al cambiamento e flessibili nelle nostre aspettative.  Senza queste qualità, perfino il leader più talentuoso può perdere delle grandi occasioni, impedendosi di realizzare il suo pieno potenziale e quello delle persone che dirige.

I più grandi condizionamenti

Una delle cause che più comunemente conducono al burn-out è la convinzione di dover avere un maggiore controllo sui colleghi, sui capi, sui clienti, sulle attività, sugli eventi, per avere la garanzia di non incontrare l’insuccesso.

D’altra parte, qualsiasi lavoro è inevitabilmente soggetto a imprevisti, delusioni e fallimenti e prima o poi li produrrà per chiunque. Come rispondiamo a tutto ciò è una nostra scelta.  Questo non è un invito a una deresponsabilizzazione o a un atteggiamento superficiale verso la capacità di prevenire gli errori. È solo un invito a comprendere che non tutto è sotto il nostro controllo e che l’eccellenza non è fondata sulla totale assenza di insuccessi.

La capacità di comprendere, accettare e ricominciare ogni volta è l’essenza della meditazione di consapevolezza. Ogni volta che ci sediamo in meditazione stiamo ricominciando. Ogni opportunità di interrompere l’assalto furioso della catena di pensieri che si formano intorno all’insuccesso, creati dall’illusione che il controllo degli eventi avrebbe dovuto impedirci di fallire, è un momento di vero risveglio. È proprio su questo che si fonda la resilienza, una delle qualità essenziali per l’eccellenza nel lavoro, e nella vita.

Esistono leader focalizzati esclusivamente sul proprio successo personale, che ignorano le necessità e le aspirazioni delle persone che lavorano con loro. Possono essere brillanti, molto dotati dal punto di vista cognitivo, ma spesso appaiono arroganti, ossessionati dai profitti, dalla loro reputazione, dalla carriera, dal potere, dallo status sociale. Qualcuno usa il suo lavoro come “armatura” per proteggersi dagli attacchi degli altri.  Per tutta la vita si nasconde dietro questa maschera di autorità e finché non la perde, a seguito di un fallimento o di un licenziamento, non realizza quanto questa trappola sia potente. 

La resa, una soluzione semplice ma non facile.

Riconoscere di non essere invincibili permette di lasciar andare il giudizio per dare spazio alla vera cura: la compassione. Coltivando la capacità di vedere, si comprende quanto rapidamente le cose cambino e ci si prende meno sul serio. Riconoscere la propria vulnerabilità e la responsabilità verso i collaboratori scioglie ogni arroganza e lascia il posto alla connessione, la più grande fonte di forza per chiunque e per ogni organizzazione.

La resa può essere un segno di vera forza, per i leader e per chiunque, in qualunque ruolo. La maggior parte di noi è forse abituata a pensare alla resa come l’espressione di una debolezza, completamente distante da ciò che si immagina associato alla leadership. In realtà, la resa, come capacità di lasciar andare il controllo ego-centrato, è una delle competenze più importanti per una leadership di successo. Ciò ricorda un vecchio adagio Zen secondo cui il maestro esiste non per crogiolarsi nella ricerca egoica del proprio successo personale, ma per servire gli studenti, aiutandoli a eccellere. 

Quando realizzano questo, le persone collaborano a creare ambienti professionali dove i lavoratori si sentono valutati piuttosto che dominati, incoraggiati e coinvolti piuttosto che costretti. E gli effetti si vedono in ogni campo.

Attraverso la pratica di consapevolezza si vede più chiaramente quando l’attenzione e l’azione sono ego-centrate, si comprende come, per i leader e per i normali impiegati, la compulsione dei risultati che guida la nostra società possa facilmente accecare le persone di fronte alla verità dell’interconnessione, precludendo loro la pace nel lavoro e nella vita.

Io non sono il mio lavoro

Io non sono il mio lavoro

Tempo di lettura: 3 minuti

Lavoro e status sociale

È molto facile per chi lavora, soprattutto oggi, identificarsi con il proprio ruolo professionale, con la posizione ricoperta all’interno di una organizzazione, specialmente in contesti competitivi come quelli in cui moltissimi di noi vivono. 

Da un lato il lavoro offre varie possibilità che influiscono positivamente sulla qualità di vita delle persone: nuove opportunità di amicizia, l’appartenenza ad un gruppo, la soddisfazione di contribuire alla realizzazione di un obiettivo, la gioia di essere parte di qualcosa che esprime uno scopo più alto, significativo per la comunità. Tuttavia, nonostante tali benefici, è davvero molto rischioso per una persona fare del lavoro la propria ragione di vita.

Diversi ruoli professionali non garantiscono lo status sociale che il nostro ego potrebbe desiderare per proiettarsi nel mondo.  C’è quindi da domandarsi cosa fare quando il lavoro non ci riconosce la soddisfazione che ci aspetteremmo. Come possiamo sentirci quando gli altri ci trattano in base al ruolo che ricopriamo invece che come esseri umani completi? 

Ne parla Sharon Salzberg nel suo libro Real happiness at work, una chiara illustrazione di come la pratica di consapevolezza possa nutrire la nostra vita lavorativa e restituirci la gioia di una realizzazione, a prescindere dal ruolo che ricopriamo. E questo non ha nulla a che vedere con la rassegnazione o la rinuncia a crescere professionalmente. La rassegnazione è un senso di impotenza, carico di avversione, che nutre emozioni difficili e genera sofferenza. Il libro della Salzberg invece parla di una vera realizzazione della persona, che non dipende dalla condizione lavorativa. Una mente capace di compiere un tale passaggio è libera, spaziosa, in grado di operare delle scelte quando se ne presenta l’opportunità. Una mente identificata con l’insoddisfazione di una condizione lavorativa tende a cristallizzarsi intorno a un ruolo, e col tempo costruisce la sua prigione. Conosco persone terribilmente insoddisfatte del loro lavoro che hanno rifiutato nuove opportunità perché non si sentivano adeguate a ricoprire un ruolo diverso.

lavoro-insoddisfacente

Da dove osserviamo?

E se provassimo per un istante a cambiare prospettiva?

Come tutte le condizioni che non ci piacciono o che in qualche modo minano l’immagine che abbiamo di noi stessi, un lavoro non gratificante ci rende insoddisfatti e a volte frustrati, ma può offrire l’opportunità di lavorare con le emozioni difficili, di praticare l’umiltà, di portare la consapevolezza sulla sofferenza generata dall’attaccamento allo status, dalla competitività e dalla costruzione dell’apparenza. A prescindere da quando amiamo od odiamo il nostro lavoro, possiamo sempre imparare dalle nostre risposte e usare queste esperienze per cogliere degli insight sul modo in cui il nostro stato mentale influisce sulla qualità di vita.

Questa può sembrare una amara consolazione, ma se compresa è in grado di portare un enorme beneficio: può rivelarci la nostra delusione verso noi stessi (se solo avessi una promozione avrei un maggiore valore come persona) e ci permette di aprirci alla verità, di comprendere cioè che il titolo, le responsabilità o i ruoli non hanno nulla a che vedere con chi siamo in realtà.

Questo disallineamento frequente, a volte inevitabile, tra quello che vogliamo e ciò che otteniamo ha una funzione vitale: ci ricorda dell’impermanenza, aiutandoci a dirigere la nostra attenzione verso ciò che davvero conta.

 

Delusioni e risvegli

In altre parole, quando sperimentiamo l’insoddisfazione al lavoro, cosa che prima o poi ci accade a prescindere dal ruolo che ricopriamo e dall’importanza della nostra posizione nella comunità, possiamo usare il risentimento che proviamo come opportunità di risveglio. Le delusioni possono permetterci di far luce sulla nostra reattività, sul modo in cui siamo soliti costruire sofferenza intorno alle esperienze che viviamo.

La consapevolezza ci permette di forgiare quotidianamente questo percorso interiore.  Realizzando che i nostri ruoli sono transitori, come del resto tutti i fenomeni, le condizioni e le relazioni, possiamo svolgere il lavoro al meglio delle nostre possibilità, senza che questo colori l’immagine che abbiamo di noi stessi od offuschi i nostri progetti di vita. 

L’ego e la paura di parlare in pubblico

L’ego e la paura di parlare in pubblico

Tempo di lettura: 5 minuti

Tutti abbiamo paura

Chi ha paura di parlare in pubblico non deve sentirsi solo. Matthew Lieberman nel suo libro Social – Wired to connect  ci dice che la paura di parlare in pubblico è atavicamente connessa alla paura del rifiuto che, come sappiamo, genera un’esperienza dolorosa comunemente nota come dolore sociale. Il bisogno sociale, originariamente al terzo livello della piramide di Maslow, andrebbe ricollocato, secondo le neuroscienze sociali, proprio tra i bisogni primari.

Chi non ha paura di parlare in pubblico non è un alieno.  È generalmente abituato a integrare questa esperienza nella quotidianità. 

Cosa non fare?

Sforzarsi di non avere paura, cosa che invece si fa spesso, è il modo peggiore di occuparsi del problema. Per sua natura, lo sforzo ha l’effetto di comprimere. E quando lo spazio è angusto, quella paura lo riempie tutto e diventa totalizzante. Sforzarsi di restare calmi, quindi, non fa che aumentare l’ansia, e il messaggio che viene codificato all’interno è che la calma debba essere conquistata attraverso il conflitto.

La chiave, invece, non è nello sforzo ma nella curiosità. Conoscere, esplorare. Sentire nel corpo e nella mente di cosa è fatta questa paura aiuta a farle spazio.  Più volte la rivista Harvard Business Review è tornata a confermare che la curiosità permette di vedere le situazioni difficili in modo più creativo perché associata a reazioni da stress meno difensive.

Questo toglie potere alla paura. In un contenitore più ampio, anche un’esplosione rimane contenuta.   

La mia paura di presentare in pubblico

Da sempre per la mia professione mi trovo a dover parlare in pubblico, in Italia e anche all’estero. A maggio, ad esempio, ho tenuto negli Stati Uniti il discorso di apertura di una conferenza. 

Quando ricordo le prime volte, però, ancora rabbrividisco. Ero una perfezionista assoluta. Mi preparavo il discorso – parole, pause, battute -, creavo uno schema riassuntivo e una mappa mentale. Lo ripetevo a casa sforzandomi di apparire spontanea.  E dopo tanta fatica, non ero mai soddisfatta.

L'ego e la paura di parlare in pubblico

Le mie slide straripavano di informazioni perché tutti fossero impressionati dalle mie competenze. Arrivavo in aula col respiro corto, lo stomaco stretto e un implacabile, incessante stimolo a fare pipì. Facevo finta di niente, non salutavo,  sguardo basso, sistemavo il computer.

Quando tutto era pronto, sollevavo lo sguardo per dirigerlo oltre la platea, proprio al centro della parete di fronte. Un saluto di circostanza a tutti (e a nessuno) e poi via. Cuore in gola, voglia di essere altrove, paura delle domande che mi avrebbero fatto, paura degli sguardi. Le mie trattazioni erano lunghe, dettagliate, ineccepibili. Ed era questo il mio ideale di perfezione.  Una noia mortale, in realtà.

Concludevo con un ci sono domande? puramente di circostanza, sperando che nessuno alzasse la mano. Infatti, puntualmente, nessuno la alzava. Solo allora mi sentivo salva. Ogni volta lasciavo tutti a bocca aperta, tanto che le domande non erano necessarie. Così cercavo di raccontarmi l’esperienza. 

Quanto è utile secondo voi parlare in pubblico in questo modo?  

E allora, cosa si può fare? 

Nel pieno di un percorso di consapevolezza ho compreso qualcosa di importante: non mi ero mai chiesta perché presentassi quelle cose, né posta mai domande sulle necessità dell’audience. Non avevo guardato negli occhi le persone che seguivano le mie presentazioni. Non avevo mai chiesto a loro perché fossero lì. Non li avevo mai incontrati davvero. Li vedevo come giudici severi, pronti a colpirmi. Interamente focalizzata sulla performance, sotto i riflettori del mio critico interno, delle persone mi dimenticavo completamente. A chi e a cosa è servita quella ‘perfezione’?  Io direi  a nessuno e a niente. Una enorme spreco di tempo, di energie, di materiale.

Negli anni ho compreso che ciò che più mi motivava era dimostrare. E odiavo quel lavoro. Pian piano ho cominciato a chiedermi: e se le persone avessero veramente bisogno di queste lezioni? Cosa portano a casa dopo avermi sentito parlare? Forse speravano di lavorare meglio dopo la mia lezione. Era possibile che a loro non importasse molto della mia bravura. Magari speravano solo che potessi aiutarli a comprendere meglio certi concetti. E sarebbero andati a casa soddisfatti, dimenticando me e lavorando con le conoscenze apprese.

Ma avevo paura delle loro domande perché tutto il mio discorso era preparato in anticipo.  Non potevo certo rischiare di dire non lo so. Sarebbe stato umiliante

Man mano che questi dubbi si facevano strada dentro di me, ho iniziato a pormi in modo diverso, assumendomi qualche piccolo rischio. Durante la preparazione della presentazione, ho cercato di capire il background e le necessità dell’audience – non sempre questo è possibile. Iniziai col creare un set minimo di slide per la parte essenziale, asciugandole molto:  poche parole scritte, immagini semplici da comprendere e da ricordare. Ne preparai anche altre più specifiche di riserva.  Mi preparai bene sui temi da trattare ma tracciai solo la mappa mentale e decisi di non scrivere il discorso. 

Che risultati! 

Andai in aula e salutai tutti con un sorriso, ringraziandoli di essere venuti. La paura era lì con me. Poi sistemai il computer. Quando tutto era pronto, cominciai subito a coinvolgerli: qualche domanda generale per saggiare le loro aspettative e necessità. La paura era sempre lì, ma c’erano anche le loro facce, i sorrisi di alcuni, la loro presenza, il tempo che avevano deciso di dedicare ad ascoltarmi.  Rispettai la struttura di base per la lezione, dando risalto agli argomenti in base alle domande e al dialogo. Avevo la competenza per rendere la lezione flessibile, e lo feci.

La presentazione fu decisamente imperfetta, e il mio critico interno più crudele che mai. Una sessione tutt’altro che lineare, ma le persone in aula non smettevano di fare domande. Mi chiedevano materiale, consigli, spunti per l’approfondimento. Qualcuno mi contattò giorni dopo la presentazione per dirmi che stava usando ciò che aveva imparato da me, altri per chiedermi se avevo n programma altre presentazioni o approfondimenti. La mia paura e il mio critico interno non sono mai svaniti ma ho  imparato a sorridere anche a loro. Avete presente un bambino che urla? Se lo fa in un ascensore è devastante per i vostri timpani. Se invece lo fa in uno spazio ampio come uno stadio, si sente, certo,  ma non c’è bisogno di tapparsi le orecchie. Gli si può sorridere, si può anche non respingerlo. E poi pian piano urlerà sempre di meno.

C’è sempre qualcosa in più oltre a ciò che siamo disponibili a vedere. Questo è il mondo di possibilità che solo una mente spaziosa è in grado di offrire. Insieme alla paura c’è la nostra intenzione di condividere, c’è la nostra preparazione, forse anche qualcuno a cui chiedere aiuto. 

E se non so rispondere? 

Cosa accade se proviamo a permettere a noi stessi di non conoscere una risposta?

Possiamo parlare in pubblico lasciando che la paura ci sia, senza alimentarla; senza affogare nei contenuti della mente. Alle persone non importa se sappiamo o non sappiamo rispondere. A loro importa che le mettiamo in condizione di avere l’informazione che chiedono. Basta un semplice grazie per la domanda, controllo e ti rispondo più tardi (o dopo la lezione).  Questo è un problema per il critico interno, non per le persone. 

Approfondisco questo e altri temi  nel mio libro “Il Genio Dentro”