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Sei bravo o negato? Una questione di identità

Sei bravo o negato? Una questione di identità

Tempo di lettura: 9 minuti

A quanti ragazzi è capitato o capita di sentirsi negati per una certa materia? Questo essere negati inizia con frasi ripetute a scuola, a casa, con gli amici o i parenti, e diventa col tempo un vestito su misura prima, un segno indelebile sulla pelle dopo, come un grosso tatuaggio in grado di definire chi siamo e stabilire i confini delle nostre capacità.

A volte, non molto spesso, durante il percorso scolastico cambia qualcosa – un insegnante va in pensione, un trasferimento improvviso in un’altra città, la decisione di proseguire con altri orientamenti di studio – e questo essere negati smette di essere una tesi inconfutabile. A me è successo proprio questo.

Tutto è iniziato da un 3 in matematica

Frequentavo il terzo anno del liceo scientifico, poco meno di trentacinque anni fa, quando mi pentii di avere scelto quella scuola. Nonostante in terza media gli insegnanti mi avessero incoraggiato a scegliere liberamente perché potenzialmente in grado di intraprendere qualunque tipo di studi, e nonostante i primi due anni di liceo fossero andati molto bene, in pochi mesi realizzai di essere negata per la matematica. Un 3 in un compito in classe è una prova difficile da far cadere anche se la tua autostima è abbastanza alta. Fu un vero shock.

In famiglia mi era stato riconosciuto un ruolo preciso: ero brava, soprattutto in matematica. Fare i conti con quella nuova definizione di me – una che prende 3 è una capra – non fu per niente facile. Era nata già forte, come se anni di buoni risultati non valessero più nulla.

Nonostante desiderassi porre fine a quell’umiliazione, decisi di non cambiare scuola. Provai ad adattarmi all’essere negata per la matematica, cercando consolazione nelle altre materie. Concentrai le mie forze per assicurarmi in matematica il minimo per essere promossa. Col passare dei mesi persi interesse. Non fui rimandata, ma di quel periodo ricordo quasi solo la frustrazione.

Cercavo di non pormi domande per non soffrire delle risposte troppo facili. Ho ridefinito me stessa sulla base dei nuovi risultati. Non riuscivo a trovare il senso di ciò che studiavo così svogliatamente.

Mi venivano date delle formule da applicare, come verità a cui credere. Provavo a memorizzarle e a creare delle categorie mentali in cui poterle collocare, sulla base degli esempi che mi venivano presentati. Ma erano sempre diversi e io entravo in crisi in ogni occasione di verifica. A volte andava bene per pura fortuna, altre volte no.

Quando l’insegnante di matematica lasciò la scuola per trasferirsi in un’altra città, quasi mi dispiacque. Ormai mi ero abituata a lei, non desideravo che se ne andasse.

La nuova insegnante, giovane e dall’aria severa, diede un nuovo scossone alla mia identità di studentessa negata per la matematica. Spiegava in un modo talmente diverso, parlava alla mia mente restituendole il senso di quelle formule. Un giorno mi accorsi che non c’era più bisogno di cassetti in cui chiudere quei metodi. Esistevano invece ragioni logiche e associazioni, tutte disponibili e pronte a ridurre il mio sforzo rendendo lo studio più facile.

Una nuova identità: la terza

Compresi che amavo quella più di tutte le materie. Mi sono poi laureata proprio in matematica, con 110 e lode. In un certo senso devo ringraziare anche la mia vecchia insegnante perché ho potuto vedere che ciò che mi faceva soffrire di più era dovermi comportare in modo coerente con l’identità che mi ero cucita addosso.

Negli anni ho compreso che nessuna delle due definizioni – essere brava o negata in matematica – racchiudeva l’universo delle mie possibilità.

Restare prigionieri di una identità che, come abbiamo visto, non è persistente rappresenta la più grave forma di cecità per un essere umano.

Avete idea di quanto sia liberatorio assimilare noi stessi a sistemi viventi che fluiscono con la vita e ne prendono la forma del momento, piuttosto che farci scudo con ciò che sappiamo di noi e che, per la fragilità tipica delle strutture rigide, in qualunque momento può sgretolarsi?

fluire con la vita

La mente è un terreno che si può coltivare a ogni età. Ciò significa far crescere quelle qualità di cui siamo dotati ma che nel corso della vita si atrofizzano facilmente, quando costruiamo delle immagini di noi stessi ristrette, avvitate intorno alle abitudini che ci danno sicurezza.

Lasciare andare il mondo delle abitudini, o almeno non permettere che dia forma al nostro modo di percepire la realtà, è un passo che ha bisogno di un buon allenamento.

Le identità che assumiamo attraverso le nostre esperienze di vita sono tanto comode quanto limitate; servono a uscire dalla minacciosa e spesso intollerabile incertezza del non sapere chi siamo.

Assumendo un’identità come ad esempio “quello bravo in matematica” ci diamo delle risposte che assumiamo essere certe. Il prezzo che paghiamo è quello di procedere senza vedere, in un mondo in cui vedere chiaramente è una necessità non negoziabile, per cogliere le possibilità che ogni momento di vita offre.

Imparare ad apprendere e ad insegnare

L’apprendimento e l’insegnamento hanno da sempre un ruolo centrale nella mia vita di persona adulta. E le esperienze giovanili mi hanno reso ancora più sensibile a certe difficoltà. I programmi che conduco, le sessioni di Mindfulness in vari contesti – educativo, individuale, aziendale -, le consulenze per la formazione, il lavoro con le mappe mentali, così come la scrittura, sono tutte esperienze che hanno in comune la stessa energia vitale: quella di essere per le persone il facilitatore di un processo naturale che rende la mente libera e piena di possibilità.

Qualsiasi cosa si insegni, il fuoco che arde sotto lo sforzo è sempre la relazione con le persone, il gioioso sforzo di trovare il modo più efficace di trasmettere qualcosa, il desiderio di coinvolgere e soprattutto la disponibilità. Si tratta di qualità della persona e prescindono dall’argomento che si insegna.

Ho scelto di raccontare l’aneddoto della matematica nell’introduzione del mio libro Il Genio Dentro (Bruno Editore, 2019) perché molte persone hanno avuto e hanno ogni giorno esperienze simili. Non c’è nulla di sbagliato né nulla di giusto. C’è molto da conoscere. Serve tempo, curiosità e pazienza.

Si fallisce per paura di fallire

Si fallisce per paura di fallire

Tempo di lettura: 7 minuti

Quante volte a scuola vi siete trovati a preferire una carriera di bravi studenti, di quelli che si fanno notare per la capacità di far bene, piuttosto che uscire dal coro, rompere qualche schema e affrontare il rimprovero o lo scherno?

Non è mia intenzione generalizzare, ma a me è capitato, ed è capitato a tante, tante persone che conosco di ogni generazione, di sentirmi forzata a muovermi in schemi predefiniti nel mio percorso di formazione scolastica. La creatività era una qualità umana relegata all’ora di educazione artistica. Durante le altre lezioni invece era fuori luogo, faceva perdere la concentrazione e rubava tempo.

Tutto viene dalla paura

La diffusione di questo fenomeno mi convince che la strategia più frequentemente adottata è quella che sorge dalla paura di non essere approvati. Siamo cresciuti con la convinzione che la critica sia l’anticamera del fallimento e spesso, per non sbagliare, preferiamo non agire.
Restare tra i bravi, posizionarsi in modo dignitoso, è più allettante che aprire nuove vie, fare le cose in modo diverso da quello indicato come giusto e sperimentare soluzioni diverse.

Nella nostra natura di esseri umani abbiamo la tendenza all’esplorazione ma i sistemi educativi ci insegnano costantemente a cercare l’approvazione e a restare nei margini.

Il grandissimo esperto di marketing Seth Godin nel suo libro La mucca viola (Sperling & Kupfer, 2015) ci illustra le devastanti conseguenze di un approccio di questo tipo nel business. Un tempo, oltre 20 anni fa, avevamo sul campo un numero decisamente inferiore di prodotti e servizi, e avevamo più tempo per cercare, scegliere le cose di cui avevamo bisogno. Bastava quindi una buona campagna pubblicitaria per orientare le scelte dei consumatori, senza una gran fatica e con un discreto investimento in denaro.

Sicuramente ve ne rendete conto, ma oggi non è più così. Non è più così da tempo in realtà. Per poter attrarre l’attenzione è necessario creare un prodotto – o servizio – straordinario, quello che Godin chiama la mucca viola. Il motivo è che altrimenti, anche se la qualità è altissima, rimaniamo invisibili. Lo stesso vale per la nostra persona e le nostre capacità quando ci presentiamo per chiedere un lavoro.

Ma anche se razionalmente sappiamo che questa è la strada, solo pochi di noi la intraprendono realmente. E il motivo alla base è sempre la paura.

La paura di fallire, di non incontrare il consenso, spinge alla prudenza che in questo caso significa restare nel cosiddetto low profile.

E nella realtà di oggi il low profile equivale all’invisibilità, quindi all’impossibilità che i nostri prodotti, magari di qualità eccellente, arrivino ai potenziali fruitori. Ed è proprio questo che conduce al fallimento, come dimostrano molte aziende che nei momenti di crisi puntano alla prudenza – e restano ferme – e nei momenti favorevoli puntano a non cambiare e a consolidare la situazione– e restano ferme. Quante ne conosciamo che chiudono a causa di questa paralisi?

Il coraggio nel business, e nella vita

Serve coraggio nel business. Coraggio, non incoscienza ovviamente. E coraggio non è ignorare la paura; significa principalmente sentirla, conoscerla, decidere di non farsi guidare da lei nelle scelte. Dobbiamo sentire quanto siamo condizionati per poterci liberare di certe impalcature. Senza questo passaggio, se continuiamo a cercare di evitare le critiche, come potremo mai affrontare il mondo dell’innovazione da protagonisti?

Quando le persone ci criticano e ci sentiamo inibiti, dove è focalizzata la nostra attenzione?

Al lavoro criticato o alla protezione del nostro ego incrinato dal feedback? Perché se, come accade di frequente, ne facciamo una questione personale, rischiamo di andare in pezzi. E oltre a soffrirne, perdiamo l’opportunità di ampliare lo sguardo alle persone a cui il nostro messaggio è diretto.
E non c’è dubbio che un’idea rivoluzionaria sia più criticata di una conservativa. Siamo esseri abitudinari e il nuovo atavicamente ci spaventa. Spesso le buone invenzioni hanno incontrato molte resistenze dovute a un consolidato sistema di abitudini che ha anteposto all’evidenza dei fatti una griglia di valutazione fondata su una preferenza per il conosciuto rispetto al rischio del salto nel vuoto.
Possiamo farcene una ragione: la nuova idea qualcuno non la sopporterà. Attenzione perché con questo non sto dicendo che ogni nuova idea sia straordinaria e destinata a cambiare il mondo. Dico però di allenarci a distinguere ciò che è costruttivo da ciò che ci spinge all’immobilità, anche nel confronto con gli altri.

L’integrazione di una pratica di consapevolezza nella quotidianità mi sembra indispensabile per coltivare quella spaziosità interna e quella ricettività in grado di renderci contenitori di questi fenomeni, ampliando la nostra visione e proteggendoci dal rischio di esploderne se restiamo intrappolati nei loro contenuti.

Abbiamo tanta paura di essere messi in ridicolo da battute o critiche, non è vero? Ma come ci dice Seth Godin, più cresce la voglia di farne una parodia, e più ciò che offriamo è percepito come straordinario. L’incubo più grande di questi tempi, per chi ha qualcosa anche di valore da condividere nel mondo, è l’invisibilità, non la critica. Ci avete pensato?

Il potere della pausa

Il potere della pausa

Tempo di lettura: 3 minuti

Quante volte diciamo a noi stessi di aver bisogno di una pausa? A volte non è possibile concedercela perché ciò che stiamo facendo non si può rimandare. Ma quando possiamo finalmente staccare, lo facciamo davvero?

Come viviamo quei momenti, quei giorni, quelle settimane in cui ci rifugiamo in un luogo reale o in una dimensione mentale lontana dalla routine?

Le mie ferie molti anni fa

Mi ricordo che staccavo con grande difficoltà e per giorni la mente restava in ufficio. Immaginate un’automobile lanciata a tutta velocità a cui improvvisamente viene tirato il freno: continua ad avanzare, magari anche con qualche testacoda, percorrendo tutto lo spazio di frenata fino a fermarsi. Ecco, iniziavano proprio così le mie ferie.

I primi tre o quattro giorni erano per me quello spazio di frenata in cui cercavo di ricordarmi cosa mi fosse sfuggito, mi riempivo la mente di ipotesi su come stessero lavorando in ufficio con quel problema, con quel rilascio, con quella call.   Nel frattempo i giorni di ferie si consumavano fra tramonti unici, montagne piene di colori, o un mare che sembrava vivo e chiedeva continuamente attenzione come un bambino desideroso di giocare.  Quando mi accorgevo di tutto questo, spesso perché qualche amico me lo faceva notare, mi sentivo smarrita.

Mi trovavo immersa in quella bellezza e allo stesso tempo mi veniva in mente che non sarebbe durata ancora molto. Sentivo di aver bisogno di riposare e mi arrabbiavo con me stessa per aver sprecato dei giorni con la mente altrove, a inseguire in affanno l’eco di un lavoro che ero convinta di amare.

A quel punto decidevo che sì, mi sarei goduta i giorni di ferie da quell’istante in poi, senza più sprecare nulla. Qualche ora di pace e divertimento prima che iniziasse una nuova fase delle vacanze: quella del conto alla rovescia.

Mancano otto giorni e devo rientrare al lavoro, mi capitava di pensare mentre guardavo con invidia chi aveva ferie per tutto il mese. A pensarci bene ne mancano sette, precisavo, perché il viaggio di ritorno non è da includere nelle ferie. Ero rigorosissima in questi calcoli, volevo sapere quanti giorni di divertimento mi separassero dal ritorno a quel lavoro che ero convinta di amare e che fino a qualche giorno prima avevo faticato a lasciare.

Quello era il mio modo di divertirmi in ferie, pensate un po’. Un modo sciocco, direte. Lo dico anch’io, ma ci sono arrivata col tempo, quando ho provato a volgere lo sguardo all’interno di me stessa.  L’abitudine a qualcosa la rende irrinunciabile, insostituibile, difficile da lasciare anche in cambio di una cosa più bella. Il disagio del lasciare il lavoro per andare in ferie e di lasciare le ferie per tornare al lavoro aveva la stessa origine: una difficoltà di adattamento ai cambiamenti e la tendenza a costruire la mia identità attorno a una routine.

Risvegliarsi ridendo

Se vi dovessi dire quando mi sono risvegliata da tutto ciò, non saprei proprio rispondere. Una volta durante l’ennesima giornata di trekking ad alta quota che mi stavo rovinando con il pensiero che l’indomani sarei ripartita, mi sono sorpresa a ridere di me stessa, come se fossi di fronte a un film comico, di quelli che ti fanno uscire le lacrime. Risi tanto, anche di nascosto per non far preoccupare chi era con me.

Quando quella risata si esaurì, ricordo di essermi lasciata accompagnare dalla fatica che sentivo nei muscoli, dall’aria piena di ossigeno che si muoveva in tutto il corpo, dalla vista di forme e colori che il miglior artista del mondo non avrebbe saputo creare. Mi sembrava di respirare per la prima volta. Mi sentii grata per il solo fatto di essere lì, e quella gratitudine non aveva a che fare con il tempo che avrei trascorso in quel luogo. Aveva a che fare con quel momento. Quel preciso momento.

Da allora, so cosa è una pausa e so come onorarla. Per concedermela non ho nemmeno bisogno di tornare lassù. Se posso andarci ne sono felice, ma la vera bellezza era ed è in quella sintonia perfetta, nell’insight che ti fa sentire la differenza tra vivere e raccontarti la vita.