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Collaborare per essere felici

Collaborare per essere felici

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Perché gli esseri umani collaborano? La risposta più semplice è che lo facciano per trarne un vantaggio personale. Ciò che vorrei analizzare è la motivazione presente in noi quando cooperiamo pur sapendo che questo a lungo termine ridurrà il nostro beneficio personale. 

Da molti studi eseguiti coinvolgendo coppie di partecipanti che non si conoscevano in alcune varianti del gioco “il dilemma del prigioniero”, è emerso che nel 61% dei casi le persone preferiscono collaborare tra loro, pur sapendo che se non lo fanno guadagneranno di più a danno del partner. Ne parla in modo dettagliato il libro Social: Why Our Brains Are Wired to Connect” di Matthew Lieberman (Crown, 2013)

Con il supporto della risonanza magnetica funzionale si è osservato che, quando le persone scelgono di collaborare sacrificando il guadagno personale per il guadagno della coppia, risulta significativamente attivo nel cervello il Sistema di Ricompensa, area che include lo striato ventrale, attivo quando l’individuo percepisce il soddisfacimento dei suoi bisogni. Questo sistema risulta molto più attivo con la scelta della collaborazione piuttosto che con il guadagno dell’intera posta ai danni del partner. Lo striato ventrale è quindi più sensibile alla somma totale guadagnata dai due giocatori che al tornaconto personale.

Si potrebbe pensare che la scelta di collaborare sia mossa dal senso del dovere, per il rispetto di una norma sociale. Se fosse così, ad attivarsi maggiormente sarebbe la parte laterale della corteccia prefrontale, dove risiede l’area in grado di inibire i nostri desideri. Il fatto è che nello studio eseguito questo fenomeno non si è registrato. La forte attivazione dello striato ventrale evidenzia che l’individuo sceglie la collaborazione seguendo la sua reale preferenza. Non è sorprendente?

La mutua cooperazione è quindi un grande rinforzo, che fisiologicamente percepiamo come la soddisfazione di un nostro bisogno primario.

Questo fa pensare che le azioni egoistiche non siano mosse da veri bisogni dell’essere umano, nonostante siano tanto diffuse al punto da essere a volte percepite come normali. A ben rifletterci, a me sembra che l’egoismo sia figlio della paura e di conseguenza capace di generare nell’essere umano profonde sofferenze. Egoismo vuol dire isolamento, vuol dire resistenza alla vita, vuol dire morte nel suo significato atavico. La connessione sociale invece è un bisogno riconosciuto come primario, lo abbiamo visto in letteratura e in tante occasioni.

Con la lente della consapevolezza si può far luce sulla paura e, di conseguenza, sull’egoismo che cresce per difenderci dagli altri, e non ha altro risultato che farci sentire separati. Vedendo tutto questo ogni volta, coltivando una mente paziente e fiduciosa, possiamo contattare i nostri bisogni autentici, tra cui curarci delle connessioni sociali e della collaborazione, che ci fa sentire così bene. Credo sia l’unico modo per non rimanere intrappolati nelle storie che la nostra teoria del “chi siamo noi” quotidianamente ci racconta. La fatica più grande che l’essere umano compie è quella di opporsi alla sua natura. Voi cosa ne pensate?

Perché ci siamo evoluti?

Perché ci siamo evoluti?

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Molti di noi ritengono che i nostri grandi cervelli si siano evoluti per amplificare il ragionamento astratto e con esso risolvere i problemi di base, a vari livelli di complessità, della sopravvivenza. Evidenze scientifiche  indicano invece la coltivazione delle qualità sociali come causa principale di questo fenomeno. Alcuni animali hanno cervelli di dimensioni più grandi di quanto le dimensioni del loro corpo richiedano per il mantenimento delle funzioni di base. Noi ne siamo l’esempio più lampante. Nasciamo con un cervello che si completa con la nostra crescita.

Sull’encefalizzazione, la capacità del cervello di fare di più rispetto al controllo del corpo, gli esseri umani sono i vincitori indiscussi: in essi tale dimensione coinvolge significativamente la neocorteccia.  Avere un cervello grande comporta un grosso costo in termini di energia,  è quindi naturale chiedersi a cosa serva. Studi antropologici e neuroscientifici confermano che il miglior fattore predittivo di tali dimensioni è la capacità sociale. 

Questo permettebbe di concludere che la nostra neocorteccia sia cresciuta di più principalmente per consentirci di vivere in gruppi più grandi. E vivere in gruppi grandi è una vera impresa!

Di sicuro è più facile proteggersi e cercare cibo, ma è anche probabile che si creino competizioni e lotte. È necessario avere forti abilità sociali e formare alleanze che funzionino per gestire queste complesse dinamiche. Gli individui devono tener traccia di una grande quantità di informazioni che riguardano lo status degli altri componenti del gruppo rispetto al loro, ma anche lo status di ciascun componente rispetto agli altri. Più il gruppo è grande, più significativamente cresce la quantità di dati.  La nostra neocorteccia ci permette di vivere socialmente attivi  in gruppi che contengono fino a 150 individui, un primato per la specie umana,  in grando di tener traccia delle 10000 posssibili combinazioni di ranghi. Ne parla in modo esaustivo il bellissimo libro “Social: Why Our Brains Are Wired to Connect”  di Matthew Lieberman  (Crown, 2013) che consiglio a tutti di leggere.

Altro aspetto da considerare, ben descritto nel libro, è che la Default Mode Network – la rete di aree cerebrali attive quando il cervello è a riposo – ha una grossa parte in comune con la Social Cognition Network –  la rete associata alla cognizione sociale. Madre natura sembra aver cablato il cervello perché trascorra molto del suo tempo libero nella cognizione sociale, soffermandosi cioè sulla relazione tra noi e gli altri. Noi siamo sempre al centro del nostro universo, ma non c’è sempre qualcun altro con noi, o intorno a noi, ad animare le nostre elucubrazioni? Spesso il pensiero si avvita nel cercare di capire cosa pensano gli altri, cosa sentono. Una sorta di mentalismo naturale. Nel nostro immaginario, quindi,  le persone non sono oggetti di arredamento a guarnizione dei nostri pensieri, ma sono vive, interagiscono e sono per noi essenziali. Ecco perché a seguito di un reale o percepito danno alle nostre connessioni con gli altri soffriamo veramente. E non si tratta di sofferenza astratta, soffriamo come si soffre per un dolore fisico. Sempre nel testo di Lieberman troviamo che il cosiddetto ‘dolore sociale’ produce in noi una attivazione significativa della corteccia cingolata dorsale anteriore proprio come avviene nel dolore fisico. È quella parte del cervello che ci fa percepire l’aspetto emotivamente stressante del dolore.

Quando si rompe una relazione, o quando ci sentiamo esclusi, o subiamo una perdita, può capitare che non permettiamo a noi stessi di soffrirne perché non riconosciamo la legittimità di quel dolore rispetto all’esperienza di un dolore fisico. In questo modo al dolore sociale aggiungiamo la sofferenza di negarlo, e il risultato è che soffriamo di più.  Se ci chiedono di ricordare il peggior momento della nostra vita, quasi sempre riportiamo un episodio di dolore emotivo. Non è così?

A me sembra che la pratica di consapevolezza possa assumere un ruolo fondamentale  nel riconoscere il dolore sociale come reale quando ci capita di farne esperienza, e di liberarlo dal peso enorme dei giudizi che ce lo fanno percepire come qualcosa di irreale con le sembianze di un segno di debolezza. Si tratta di entrare nel vivo del nostro essere umani ed è un modo delicato e potentissimo di prenderci cura delle nostre relazioni. Voi che ne pensate?

La rabbia e il senso dell’importanza

La rabbia e il senso dell’importanza

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Voglio dedicare questo blog al libro “All the Rage – Buddhist Wisdom on Anger and Acceptance” (Shambhala Publications 10/07/2014) un testo di notevole profondità ed estrema chiarezza interamente dedicato al nostro rapporto con la rabbia. Ho scelto il capitolo “On the Other Side of the Fence” (“Dall’altra parte della barricata”) di Dzigar Kongtrul Rinpoche. 

Ogni volta che qualcuno si arrabbia, gli effetti di questa emozione si diffondono nell’ambiente, come un odore sgradevole che tutti sono costretti a sentire.  La fragilità dei nostri stati mentali risente fortemente di questi “odori”, ma l’impatto più significativo e devastante è solitamente diretto contro la persona stessa che si trova nel vortice di questa emozione.  L’autore sottolinea elegantemente che quando ci arrabbiamo, perdiamo la dignità della nostra intelligenza. Ci sentiamo vulnerabili nel profondo, non tanto per ciò che crediamo sia successo fuori, ma piuttosto perché abbiamo perso fiducia nella nostra capacità di rispondere alle situazioni in modo sano e ragionevole. In queste occasioni capita frequentemente che gli altri si tengano lontani da noi, per non sentire quell’odore, lasciandoci soli con la nostra mente e con tutto il pesante residuo della nostra reazione.

La maggior parte delle persone non si considera violenta o aggressiva, ma la rabbia si può esprimere, o non esprimere, in molti modi, talora anche subdoli, che non sempre si offrono con chiarezza alla nostra comprensione. A volte succede qualcosa nelle nostre relazioni, o semplicemente crediamo che sia successo, e maturiamo una attitudine di risentimento, di sfiducia tanto aspra verso altre persone, da ritrovarci ad escluderle dal regno del nostro cuore, ponendole “dall’altra parte della barricata”. In questo processo di separazione ed esclusione siamo continuamente incoraggiati dalla mente proliferante, che, con grande esperienza e maestria, ci offre interminabili, ripetitivi scenari di conferma a supporto di questa scelta. 

È bene chiarire che possiamo avere delle cause esterne oggettive e valide per tenerci lontani da qualcuno. Può capitare di dover fare intervenire la nostra intelligenza critica per toglierci da situazioni che ci fanno del male, o per non abbassare la guardia nella relazione con qualcuno. Possiamo addirittura trovarci di fronte alla necessità di prendere posizione contro qualcosa o qualcuno che può nuocere a noi, ad un gruppo di persone, ad una comunità o anche a tutto il mondo. Ma quando in questo scenario entra in gioco la rabbia e soprattutto quando essa muove le azioni successive, spesso la confondiamo con la capacità di discernimento, o con il nostro istinto naturale a migliorare il mondo intorno a noi. La ragione per cui tutto questo avviene è che la rabbia ci dà l’illusione di vedere chiaramente. Sentiamo una prepotente forza quando abbiamo una opinione e sappiamo da quale parte stare.  

La differenza tra la chiarezza che crediamo di avere quando siamo identificati con la rabbia e la chiara visione dell’esperienza è che la reattività ha una logica molto stretta, con uno spazio insufficiente ad includere il livello più profondo delle cause e condizioni che circondano quella situazione. Proprio perché non c’è nessuna capacità di vedere le cose in prospettiva, di contenerle in uno spazio più grande, la mente identificata con la rabbia non vede alcuna ragione al mondo per tirarsi indietro. È solo completamente impegnata a preservare il senso del sé per il quale sembra stia lavorando incessantemente. Non pensa alla pace o al disagio, al beneficio o al danno, non cerca nemmeno di volgere verso una direzione emotivamente più salutare, ma fonda semplicemente la sua logica sull’erroneità o la scorrettezza delle azioni altrui, e possiede sempre il segno distintivo dell’avversione. In un modo o nell’altro sentiamo che siamo invischiati in un meccanismo non salutare, che abbiamo perso il nostro equilibrio, a volte ci agitiamo come cagnolini che abbaiano e saltano nervosamente cercando di intimidire gli altri.  In quei momenti perdiamo la nostra capacità di discernimento, che solitamente recuperiamo solo quando la tempesta emotiva è passata.

Nell’atto stesso di mettere qualcuno dall’altra pare della barricata, perdiamo inevitabilmente la capacità di vedere con chiarezza, e sfuma per noi l’occasione di produrre una azione salutare. Naturalmente possiamo portare tante argomentazioni a supporto di una reazione, ad esempio quella di avere ragione, una ragione che riconosciamo a noi stessi o che altri ci riconoscono.

La rabbia sembra sempre ragionevole e molto convincente, ogni volta che ci sentiamo minacciati. SI dice che la rabbia arrivi come una amica, giusta e protettiva, condotta però da una logica davvero ristretta: qualcun altro o qualcos’altro ne è sempre il responsabile. Questa logica ci acceca e noi siamo in assoluto i più colpiti dal nostro perverso meccanismo reattivo, fatto di paura e sofferenza. Ma da dove viene tutto questo?

La paura e la sofferenza da essa generata sono direttamente proporzionali alla misura dell’importanza che assegniamo a noi stessi. Nel nostro costante tentativo di tenere al sicuro l’impero dell’ego, perché nessuno ci ferisca o ci deluda, dobbiamo combattere con il mondo e con tutta la sua imprevedibilità. Abbiamo molto meno controllo di quanto vorremmo sulle condizioni della nostra esistenza. L’attaccamento alle nostre speranze, alle nostre opinioni e preferenze stimola continuamente il nostro senso di insicurezza, mina la nostra fiducia, nutre l’inquietudine e l’agitazione della mente che ci toglie energie, lucidità e ci imprigiona nel solito, conosciuto, abituale meccanismo reattivo. Viviamo spesso nella speranza di ricevere lodi e approvazioni e temendo il giudizio o la critica. Vogliamo fama e riconoscimento temendo di essere ignorati o messi da parte. Le preoccupazioni che abbiamo con le nostre varie speranze e paure riempiono completamente le nostre giornate. Nutrendo l’identificazione con i nostri progetti, con le nostre speranze e preferenze, abbiamo costantemente l’ansia di ottenere ciò che vogliamo, nonché la predisposizione acquisita a reagire quando non riusciamo nel nostro intento e un’attitudine spesso ostile verso le persone che incontriamo nel nostro percorso. Per i nostri avversari, quelli che abbiamo messo dall’altra parte della barricata, desideriamo che le cose non vadano bene e siamo logorati dall’invidia quando le nostre speranze non sono soddisfatte.  Siamo spesso delusi anche da noi stessi, ai nostri occhi non abbiamo la stessa immagine che cerchiamo di mantenere all’esterno. Questo dà spazio al rifiuto del modo in cui ci percepiamo, di ciò che sentiamo, e di ciò che pensiamo.  In questo modo non facciamo che rafforzare il nostro impero e suoi disastrosi effetti nella quotidianità. Il mondo però è così com’è e l’autore ci invita ad essere pratici. Non possiamo aspettarci che tutto ciò che ci fa soffrire, dall’esterno o dall’interno, se ne vada perché non lo vogliamo. In presenza di emozioni difficili di solito reagiamo, cercando di reprimerle o dando loro pieno sfogo. Entrambe le reazioni sono animate dal tentativo incessante di liberarci delle esperienze indesiderate. Il risultato è che ci ritroviamo alienati dalla vita del momento, in una dimensione che non ci risparmia quel dolore e non ci lascia alcuna risorsa per attraversarlo. Invece volgere verso la comprensione dei nostri meccanismi mentali e delle nostre emozioni, accogliendole, facendo loro spazio, incontrandole senza costringerle nella morsa del giudizio, è qualcosa che pacifica, che “va verso”, che non separa. In questa dimensione l’essere umano può attingere alle sue qualità essenziali per attraversare le esperienze di vita, piacevoli o spiacevoli che siano.

Se non pienamente compreso, un approccio pacifico e accogliente potrebbe essere confuso con l’ignavia o con una risposta passiva ai misfatti del mondo. Nelle relazioni abbiamo paura che se non reagiamo, magari in modo aggressivo, stiamo approvando l’ingiustizia, o ne saremo vittime a vantaggio di qualcuno che ne approfitterà.  Invece sentiamo l’urgenza di tenere al sicuro il senso della nostra importanza, cuore dell’impero dell’ego, mettendo in atto tutta la forza necessaria per proteggerlo, per non farci ferire. 

In realtà l’approccio pacifico, o “non violento”, come lo definisce l’autore, permette di comprendere, di fare spazio, di accogliere, ed è totalmente diverso dalla passività. È piuttosto un percorso di impegno e di coinvolgimento totale della persona. Chi coltiva questa relazione con la vita non è distaccato o passivo rispetto alla sofferenza, piuttosto è presente, è saggio, è coraggioso (presta il cuore) e vulnerabile (disponibile ad essere toccato) possiede la capacità di discernere e di agire, di scegliere per il proprio bene e per quello degli altri. Questa forma di saggezza e di coraggio è quotidianamente nutrita dall’impegno a comprendere la nostra mente, le sue reazioni e la sofferenza da esse generata. Stare con ciò che c’è, anche con l’emozione difficile e dolorosa, non significa bollire nella rabbia come un pezzo di carne in una zuppa. Significa vederla, accoglierla, farle spazio. Significa scegliere di non abbandonarsi ad essa perché, conoscendo le conseguenze della reattività, vogliamo fare esperienza del senso di fiducia che viene dal coltivare la pazienza. L’autore ci invita ad evocare le nostre innate qualità e permettere a noi stessi di sentire quanto può essere grande l’intensità di una tale emozione, e quanto è forte l’impulso a liberarcene. Ci invita a restare presenti senza dar seguito alle reazioni abituali. Cos’è in fondo la rabbia se non è nutrita da reattività? Quando si assaggia la possibilità di non identificarci con essa e di poterne incontrare l’intero ciclo di vita con apertura, disponibilità e curiosità, si può scoprire, forse con grande sorpresa, che non è poi così potente come crediamo.

Proteggersi dai danni del multitasking

Proteggersi dai danni del multitasking

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Come molti studi autorevoli hanno dimostrato negli anni, il nostro cervello non può lavorare in multitasking. Il funzionamento dei suoi processi interni esclude la possibilità che esistano due o più oggetti primari di attenzione. In altre parole le risorse dell’attenzione non possono essere distribuite equamente fra i compiti (task) che stiamo eseguendo, possono solo oscillare molto velocemente fra un compito e l’altro, dandoci l’illusione della contemporaneità. Ciò chiarisce immediatamente la natura dell’illusione, ma non avrebbe una grande importanza se tutto questo lavoro non richiedesse un caro prezzo cognitivo ed emotivo, e se non avesse conseguenze significative nella nostra vita professionale, relazionale e personale.

Earl Miller, docente di neuroscienze presso l’MIT, sottolinea che in questa modalità di lavoro diventiamo paradossalmente meno produttivi e più ansiosi, in quanto il multitasking accresce i livelli di cortisolo. Diventiamo perfino “meno intelligenti” nel senso che tutto il rumore e l’eco delle altre attività nella nostra mente compromettono, tra le altre cose, la nostra capacità di concentrazione. Ciò si riflette in una flessione anche significativa nella misura del valore del QI (quoziente intellettivo).

E sapevate che dà anche assuefazione?

Daniel Levitin, docente di psicologia e neuroscienze presso l’università McGill di Montreal, descrive il multitasking come un lavoro da “giocolieri”: facciamo muovere un oggetto, poi passiamo ad un altro oggetto e torniamo velocemente al precedente almeno per controllare come sta andando. Questa oscillazione continua e incessante richiede un grande consumo di tempo e di energia. In modalità multitasking si impiega più tempo a eseguire i compiti e si consuma una maggiore quantità di energia, rispetto a quanto accadrebbe se ci occupassimo di una cosa alla volta.

È facile comprendere quanto sia difficile e poco produttivo conversare con qualcuno e allo stesso tempo scrivere una email o un documento. È ciò che spesso facciamo, o tentiamo di fare, in ufficio, o a casa.  È facile percepire la fatica e gli effetti devastanti – sul tempo impiegato e sulla qualità dei risultati – nella realizzazione di questi due compiti, quando cerchiamo di svolgerli contemporaneamente.

L’oceano di stimoli, soprattutto tecnologici, in cui siamo immersi durante la giornata nonché il sovraccarico di informazioni (information overload) a cui siamo costantemente esposti, sono inviti continui ad alimentare questa modalità, a non perderci nulla, a essere ovunque.  A me sembra che per poter uscire da un circolo vizioso così forte e consolidato nel tempo, così carico di promesse ed illusioni da essere percepito come un bisogno, sia necessario aprirci a una comprensione vera di ciò che accade nella nostra mente, del modo in cui impieghiamo le nostre risorse, dell’energia che sprechiamo e dello stress che accumuliamo.

Alcune attività prevalentemente routinarie, che non richiedono uno sforzo cognitivo per la loro realizzazione, o le “coppie di attività” che sono controllate da diverse regioni del cervello possono non risultare significativamente danneggiate da questo modus operandi in quanto non creano un grosso conflitto nell’utilizzo di risorse. Per questa ragione ad esempio riusciamo piuttosto agevolmente a fare conversazione mentre mangiamo. Ma tutto il resto, ed è davvero molto, può seriamente compromettere la qualità della nostra vita, in ogni aspetto.

La pratica della mindfulness può avere un ruolo fondamentale in questo scenario perché ci allena a prestare una attenzione unificata, in controtendenza rispetto alla dispersione operata dal multitasking. Ci permette anche di comprendere la qualità dell’attenzione che stiamo prestando a una attività, o a una persona. Ci permette di percepire il costo emotivo e cognitivo del multitasking, non solo di leggerlo negli articoli. Il valore di questa comprensione può condurre a prenderci una maggiore cura delle nostre risorse, evitando di aggiungere del lavoro quando non è strettamente necessario e a rivedere, ridiscutere, rinegoziare, laddove possibile, le nostre priorità.

Portando la pratica di consapevolezza nel vortice del multitasking potremmo accorgerci che, nonostante le convinzioni o le illusioni di questi anni, nessuno al mondo, per nessuna ragione, ha bisogno di vivere in questa modalità. L’unica necessità che abbiamo è di comprendere e abitare pienamente l’esperienza con una attenzione docile, flessibile e inclusiva. Tutto il resto viene da sé.