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Il costo emotivo di una mente non presente

Il costo emotivo di una mente non presente

Tempo di lettura: 3 minuti

La specie umana è l’unica capace e particolarmente avvezza a trascorrere una buona parte del suo tempo lontana dall’esperienza che il corpo sta vivendo, immersa nella contemplazione di qualcosa accaduto forse in passato, di qualcosa che potrebbe accadere in futuro, o che non accadrà mai. Nonostante tutto ciò abbia un grande valore dal punto di vista evolutivo perché permette all’uomo di imparare, inventare, pianificare e riflettere, questa attività mentale sembra avere un notevole costo emotivo. Molte tradizioni filosofiche e religiose insegnano che la felicità si trova vivendo pienamente momento per momento e suggeriscono che una mente non presente sia inevitabilmente infelice. Diversi studi si sono concentrati sulle basi cognitive e neurali di questo tipo di attività mentale, ma si sa ancora poco circa le sue conseguenze nella vita di tutti i giorni.

Il modo più affidabile per misurare il costo emotivo di una mente non presente consisterebbe nel selezionare grandi campioni di persone e contattarle spesso nell’arco della giornata per sapere cosa stanno facendo, cosa provano in quel momento, dove sono con la mente. Produrre rapporti cosi dettagliati in tempo reale analizzando un grande numero di persone può essere molto oneroso e comporta dei considerevoli costi di ricerca.

Killingsworth e Gilbert, ricercatori dell’Università di Harvard, hanno risolto questo problema nel 2010 (A wandering mind is an unhappy mind, Science vol 330, November 2010) sviluppando una applicazione web per iPhone che è stata usata per creare un immenso database contenente rapporti in tempo reale di azioni, pensieri e stati d’animo raccolti nella vita di tutti i giorni di oltre 5000 persone, tra i 18 e gli 88 anni, provenienti da 83 paesi nel mondo. L’applicazione contattava i partecipanti attraverso il loro iPhone in momenti casuali della giornata, presentando loro domande su cosa stessero facendo e quale fosse il loro stato d’animo in una scala da 0 a 100, e registrando automaticamente le risposte nel database.

Da questo studio sono emersi tre punti fondamentali:

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Il primo è che la mente in media tende a perdersi molto frequentemente a prescindere dall’attività in cui la persona è impegnata, con pochissime eccezioni, come il fare l’amore. Per circa il 47% del tempo le persone hanno la mente altrove rispetto a ciò che sta accadendo nel presente. La frequenza del mind wandering misurata nella vita reale si è rivelata inoltre considerevolmente più alta rispetto a quella misurata precedentemente in laboratorio. Con una certa sorpresa è emerso anche che il tipo di attività che la persona sta eseguendo è modestamente predittivo del fatto che la mente si perderà o meno, e ha un impatto praticamente nullo sul carattere piacevole o spiacevole dei pensieri che nel mind wandering si produrranno.
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Il secondo punto fondamentale emerso da questo studio è che le persone si sentono generalmente meno felici quando la loro mente è persa nei pensieri rispetto a quando invece è presente. E ciò risulta vero durante tutte le attività, comprese quelle meno piacevoli. Cosa dire rispetto alla natura dei pensieri piacevoli, spiacevoli o neutri in cui la mente può perdersi? Come sono correlati al sentirsi felici? Saremmo portati forse a credere che quando le persone non sono serene nella realtà del momento presente (ad esempio quando stanno svolgendo qualcosa di non divertente o non piacevole) tendano ad andarsene con la mente. Ciò che lo studio rivela è invece l’opposto: a prescindere dalla natura dei pensieri in cui la mente vaga, le persone riportano di sentirsi meno felici quando la mente non è presente, rispetto a quando sono pienamente nell’esperienza. Se la mente vaga in pensieri spiacevoli, conditi magari da rabbia, ansia e preoccupazioni, o anche nel caso in cui i pensieri siano neutri, le persone riportano di essere significativamente meno felici rispetto a quando la loro mente è presente. In una forma minore ma comunque sistematica e abbastanza significativa, le persone riportano anche di essere leggermente meno felici quando le mente è persa in pensieri piacevoli rispetto a quando è completamente presente a ciò che accade. Questo suggerisce quindi che il mind wandering possa essere la causa piuttosto che l’effetto del sentirsi meno sereni.

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Il terzo ed ultimo punto emerso dallo studio indica che l’attività mentale degli esseri umani è un fattore predittivo di felicità o infelicità significativamente maggiore rispetto a ciò che realmente le persone fanno o accade loro.

Come nessun altro animale sul pianeta, l’uomo ha la capacità di andare con la mente su ciò che non sta accadendo. Questa abilità è stata ed è fondamentale da un punto di vista evolutivo, ci ha permesso di raggiungere considerevoli traguardi sul piano cognitivo e risulta un fattore essenziale per la creatività, ma ha un prezzo emotivo che vale la pena conoscere, di cui forse pochi di noi sospettavano l’esistenza.

Impazienza, ne abbiamo?

Impazienza, ne abbiamo?

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Se dovessi spiegare in poche parole cosa sia l’impazienza, mi verrebbe spontaneo indicarla come il rifiuto di vivere il momento presente, con la certezza che un evento futuro – un appuntamento, la fine di una discussione, la realizzazione di un desiderio – sia più importante e degno di essere vissuto.

Nell’impazienza si vive con la mente non sintonizzata, e il corpo, come sempre, nell’unica realtà possibile, etichettata come una dimensione spazio-temporale “non appropriata” alle nostre aspettative, nella trepidante attesa di un momento diverso, più importante, che però non esiste ancora. Rispetto all’essere distratti, è qualcosa che ha radici più profonde: è conseguenza diretta del giudizio con cui liquidiamo l’esperienza che stiamo vivendo.

Il giudizio decide che quell’esperienza non è importante o desiderabile quanto quella che verrà, quindi non vogliamo conoscerla. Difficile immaginare che un momento così possa essere gioioso, pacifico, sereno. Potremmo pensare che si tratti di un’infelicità necessaria, che svanirà quando arriverà il momento tanto atteso.

Ma è proprio vero? E soprattutto, quanti momenti della giornata trascorriamo in questo modo?

L’impazienza non ha bisogno di grandi manifestazioni mentali o corporee: esistono anche piccoli, numerosissimi momenti in cui rifiutiamo l’esperienza che stiamo vivendo senza forse rendercene conto.

Che succede quando siamo bloccati nel traffico, o in coda all’ufficio postale, o in un meeting noioso, o con qualcuno non proprio simpatico? A chi non capita di vivere dei momenti ordinari nell’attesa che qualcosa di straordinario finalmente accada? E quanti sono nella nostra giornata i momenti che potremmo definire ordinari rispetto a quelli straordinari? Anche un semplice conteggio, senza ulteriori riflessioni, può rivelare la portata della sofferenza che siamo in grado di creare anche in una sola giornata. Che fare quindi? Sopportare tutto? Gioire di una lunga coda in banca o di una serata trascorsa in una riunione condominiale? No, non ci è richiesto così tanto.

La pazienza, poi, non è sopportazione, tantomeno il costringersi ad amare il traffico. Si tratta di qualcosa di più sottile, che ha a che fare con la curiosità verso una verità essenziale dell’esistenza: la natura cangiante dei fenomeni.

Se nel nostro intimo sapessimo che non esiste nella vita dell’universo un momento uguale all’altro, nulla sarebbe più ordinario nella nostra vita.

Potete immaginare una pratica più potente del semplice riconoscere i piccoli e grandi momenti di impazienza che pervadono le nostre giornate?

Osservare l’impazienza con curiosità, vedere di cosa è fatta, percepirne la piccola, sorda sofferenza, notare che non è una condizione fissa ma è creata dalla mente giudicante momento per momento, è un modo efficace per offrire a noi stessi un po’ di sollievo.

La pazienza non è un atto, non possiamo imporla; è piuttosto un mollare la presa.

La vita offre occasioni quotidiane di comprensione, a volte basta una coda al semaforo per avere un insight prezioso. L’allenamento a essere svegli all’esperienza, a ciò che svela momento per momento, indipendentemente dal fatto che la mente la consideri ordinaria o straordinaria, è il cuore della pratica di consapevolezza, per sperimentare un momento alla volta, un respiro alla volta, la libertà di rinunciare a decidere come le cose debbano essere e incontrarle esattamente come sono.

E allora tutto, perfino una gita in macchina a Roma nell’ora di punta, può essere illuminante.

Ammorbidirsi, per diventare montagne

Ammorbidirsi, per diventare montagne

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Quando si parla di umiltà, capita spesso di confondersi sul vero significato. Apparire umili è un vantaggio indiscusso per la persona: la aiuta a mettere in luce le sue qualità, ispira simpatia, tranquillizza. Per qualcuno è una qualità non necessaria, per altri è lo stato mentale dei perdenti. Qualche volta ci travestiamo da umili perché non vogliamo dare l’idea di vantarci delle nostre qualità; altre volte imponiamo a noi stessi di essere umili per guadagnarci il paradiso. Qualunque prospettiva assumiamo in tal senso, non possiamo cogliere il significato più profondo di questa qualità né sperimentarne gli effetti salutari nelle nostre vite se non comprendiamo che con l’umiltà è in gioco la nostra felicità, la nostra libertà interiore, non solo la nostra immagine agli occhi degli altri.

Potremmo iniziare col chiederci come sarebbe la nostra vita senza questa qualità. Non sarebbe forse pervasa dall’ingombrante necessità di proteggere le parti di noi che preferiamo nascondere a noi stessi e agli altri? E con quale attitudine guarderemmo i nostri errori o i nostri limiti? Queste non sono certo domande da liquidare con una risposta affrettata. Sono piuttosto qualcosa da portare con noi nella quotidianità.

La parola umiltà deriva dal latino humus, che significa terra, quindi humilis, cioè umile, è colui che proviene dalla terra. La parola uomo deriva dalla radice sanscrita bhu- che nel tempo divenne hu- ,da cui anche humus. Il significato di uomo quindi è ‘creatura generata dalla terra, creatura umile’.

A me sembra che gli umili siano di gran lunga più resistenti e capaci di restare integri in condizioni difficili perché fondano il proprio valore sulle qualità intrinseche connesse alla loro natura di esseri umani, piuttosto che affidarlo a testimoni effimeri come il successo. La forza interiore consiste nella capacità di appoggiare il cuore a qualcosa di stabile come la fiducia, che non è determinata dall’assenza dell’errore ma è coltivata attraverso la consapevolezza di essere qualcosa di più grande delle condizioni che attraversiamo. Con la pratica di consapevolezza ci riconosciamo vulnerabili, disponibili a essere toccati, imperfetti, esposti alle difficoltà, alle critiche, ai cambiamenti e allo stesso tempo radicati, stabili, presenti, maestosi come delle montagne.

Si tratta di un completo cambio di prospettiva che nel suo dispiegarsi è in grado di sciogliere la solidità di alcune convinzioni che col tempo si cristallizzano in definizioni di noi stessi, limitando le nostre possibilità di muoverci nel mondo.

Così impegnati a proteggere la nostra immagine da ciò che preferiamo nascondere, esponiamo noi stessi alla possibilità di andare in pezzi alla prima occasione. Sì perché ad andare in pezzi è sempre ciò che è rigido, mentre la vera forza di un materiale è nella sua flessibilità. E il grande potere dell’umiltà è nella capacità di ammorbidirci, che non va confusa con l’autoindulgenza o la negazione.

Ha piuttosto a che fare col rivolgerci a noi stessi in modo gentile, con un occhio consapevole delle possibilità e rispettoso dei limiti, aperto alle opportunità di miglioramento e guidato da un sincero desiderio di comprendere.

Sembra buffo che per diventare montagne ci si debba ammorbidire, ma se ci riflettiamo è proprio così. Senza questo passaggio, costruiamo delle strutture di protezione, le nostre definizioni di noi stessi, che col tempo diventano più importanti del tesoro che contengono e oltretutto saltano via alla prima tempesta. Credo che da questa intuizione, in grado di far luce sulle preziose risorse di cui disponiamo per attraversare la vita, prenda forma la vera libertà dell’essere umano.